tempo di bilanci per ‘piazza dell’architettura’

Oltre 5.000 le presenze registrate alle mostre e agli incontri nei quindici giorni di apertura della manifestazione, tra il Salone degli Incanti-ex Pescheria e il Museo Revoltella. Oltre un migliaio le persone che hanno assistito alla spettacolare e singolare performance di danza verticale sull’URSUS e altrettanti coloro che sono entrati negli studi di architettura triestini per Atelier Ouverts e per gli altri eventi collaterali che hanno coinvolto diverse associazioni culturali locali, 200 i bambini che hanno partecipato ai laboratori loro dedicati. E ancora: oltre 11.200 visite al blog della manifestazione, curato dagli studenti del gruppo ctrl-x della Facoltà di Architettura di Trieste e quasi 500 i fans della pagina di Facebook e più di 1300 visite al Flickr.
Sono solo alcuni dei significativi numeri che hanno caratterizzato la prima edizione del festival ‘Piazza dell’architettura’, che ha chiuso i battenti sabato 7 agosto.
Nel ringraziare tutti i volontari che hanno reso possibile tutto ciò, nonché le istituzioni e gli sponsor per il loro generoso apporto ed infine tutti i fornitori di servizi, si ricorda che le mostre “Archiprix Italia 2010” e “8° Rassegna Biennale di Architettura e 5° Premio Marcello D’Olivo”, ospitate al museo Revoltella, resteranno aperte fino al 4 settembre negli orari del Museo.
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Intervista a Silvano Tintori

D:Durante la conferenza si è parlato del Piano INA Casa,quando fu fatto questo piano, la necessità dell’epoca era dare più case possibile a più persone possibile, e la parola Casa mi ha sempre incuriosito, poiché era ovvio che attraverso questo piano si sarebbero ricostruite intere parti di città: lo spostare l’attenzione sulla parola “casa” piuttosto che sulla parola città, può avere dato un impulso diverso al modo di progettare ?
R:Bisogna tenere a mente la situazione del patrimonio edilizio in Italia nell’immediato dopoguerra. Nel censimento del 1951 non esisteva nel nostro Paese un capoluogo di Provincia dove il numero delle stanze fosse superiore al numero degli abitanti: il patrimonio edilizio era numericamente inferiore al fabbisogno di base stimato in termini di sopraffollamento oltre che di coabitazione e sottodotazione igienica degli e negli alloggi. Nel dopoguerra la “fame” di case risultava alta anche perché il conflitto aveva distrutto decine di migliaia di stanze. Col passare degli anni l’onda demografica si è attenuata e, anzi, invertita, ma la produzione edilizia ha continuato ad aumentare. L’accento sul problema dell’abitazione a scapito di quello della città e, soprattutto della ricostruzione delle fabbriche cui era legata la ripresa dell’occupazione è un fatto e può essere stato anche un errore, ma si spiega nel contesto di quegli anni: in un seminario a Milano organizzato per discutere della ricostruzione postbellica (non ricordo la data), il segretario della Camera del Lavoro (un sindacalista di Sinistra)aveva detto che il problema era quello di rigenerare l’occupazione e ridare la casa a chi l’aveva perduta per cui vinse il “dove era” e “come era” o, magari, peggio. Appariva impossibile in un frangente del genere disegnare un progetto come si stava tracciando nel Regno Unito dove, già durante la guerra, s’era pensato alla ricostruzione, riallacciandosi (il rapporto Barlow) al tema del decentramento urbano in discussione da tempo nei Paesi anglo-sassoni: basti ricordare i nomi di Howard e di Mumford. Il piano delle new town britanniche può essere ed è discutibile, però ha la forza del progetto: tutto questo non è stato possibile nell’Italia di allora. Anche il piano Fanfani (il Piano INA Casa) aveva suscitato molte polemiche, perché, fondato sul risparmio forzoso dei salariati, veniva giudicato negativamente soprattutto da chi percepiva le mercedi più basse.
D:E in pochissimo tempo…
R:In pochissimo tempo e pur con standard abitativi oggi inaccettabili, per l’Italia di allora tuttavia non così arcaici come ci appaiono adesso, la risposta al fabbisogno di base fu vigorosa.
D:Io ad esempio ho vissuto per otto mesi in un’appartamento costruito dall’Opera Profughi e la qualità del disegno degli spazi era ottima, una casa molto vivibile, con la pecca della scarsa insonorizzazione tra appartamenti. Muri quasi di carta che creano una promiscuità fastidiosa con i vicini…
R:Questo disagio è comune anche alla prefabbricazione transalpina: i francesi hanno demolito alcuni edifici tutti di cemento (strutture, solai, pareti) perché, pur rapidi da costruire e di basso costo, risultarono inabitabili. La questione mi sembra intrinseca al transito dalla costruzione tradizionale in muratura a quella in cemento armato. Avevo fatto un articolo per la rivista Casabella diretta da Rogers a cavallo degli anni cinquanta e sessanta sulla prefabbricazione in terra di Francia: durante alcuni sopralluoghi all’interno di questi edifici (per esempio a Lione) constatai che non risuonavano soltanto le voci dei vicini, ma si creava a tutte le ore un rumore di fondo insopportabile.
D:Il disegno veniva compromesso dalla realizzazione…
R:Non mi faccia parlar male degli architetti! Abbiamo troppo spesso privilegiato del progetto il disegno rispetto al prodotto e alla sua abitabilità. Molte volte ottime idee hanno dato esito negativo per il basso livello del costruito: oggi alla maggior cura per il prodotto corrisponde spesso la vacanza delle idee. Non si tratta però di una questione soltanto tecnica: da tanto tempo dovremmo avere appreso dai filosofi, più o meno direttamente coinvolti nel pensiero della crisi, che idee e cose, pensiero e azione sono inscindibili.
D:In una conferenza a Vienna sul social housing si parlò delle case progettate ad inizio ’900, in cui veniva data poca importanza alla living room poiché la strada e la piazza sotto casa venivano considerate living room di riferimento. E questa visione mi ha ricordato quanto detto prima su Borgo San Sergio, dove si cercò di fare una strada, un Liston, come lo ha definito l’Arch. Semerani, un luogo dove avrebbe dovuto esserci la vita, il momento topico del borgo.
R:Non so se conosce il quartiere di Vallingby a Stoccolma: aveva suscitato un vivace dibattito fra gli ingegneri e gli architetti italiani, che erano andati a visitarlo. per il tentativo di creare un insediamento polifunzionale (una “piccola città” produttivo-residenziale) dove, a fianco della varietà dei tipi edilizi tesa a non dare una risposta qualitativamente troppo omogenea alla domanda di abitazioni, era stato previsto un centro di servizi sociali e commerciali raccolti intorno a una strada cui Piero Bottoni aveva affibbiato il nome di “strada vitale”. Accessibile a piedi da una stazione della ferrovia metropolitana, Vallingby (similmente a quanto era stato fatto a Berlino da Gropius e da altri notissimi architetti razionalisti circa ottant’anni fa) sembrò capace di offrire una soluzione integrata della città metropolitana che meritava di essere studiata e sviluppata. Per avere successo occorrevano attrezzature e servizi ben coordinati e apprestabili ab initio: operazione difficile da compiere in Italia anche fra gli uffici delle Amministrazioni pubbliche nelle quali la programmazione degli interventi veniva e viene soffocata da opportunismi politici e pastoie burocratiche. Parlo con cognizione di causa, ma penso che quanto in passato pareva decisivo è, oggi, necessario, ma non sufficiente: sia sul piano ecologico, sia su quello sociale.
D:La periferia non è un luogo ma una condizione, e la parola borgo non rimanda mai ad una condizione di periferia, qui è successo l’opposto.
R:Alla fine degli anni novanta ho coordinato la stesura del piano regolatore di Cremona, che era stata una città-emporio del ducato di Milano: città importante subito dopo la capitale del piccolo Stato perché funzionava da snodo fra Adriatico e Tirreno grazie alla navigabilità del Po, quantomeno prima dell’arrivo degli spagnoli in Lombardia. Cremona era stata strutturata per quartieri “di corporazione” e ognuno aveva la propria piazza del mercato: ancora oggi questo centro storico, abbastanza grande per una città di dimensioni medio-piccole ha una vivacità straordinaria. Lo spazio pubblico fa l’aggregazione e, se oggi viene assalito da tante attività informali, commerciali e creative, queste ultime disvelano, con il disagio della città multietnica, trasformazioni cui non soltanto politica e mercato stentano ad adeguarsi, ma entra anche in crisi una concezione standardizzata dell’attrezzatura e del servizio sociali. Non voglio affrontare qui e ora lo spinosissimo problema che ripropone il dualismo pubblico/privato nella crisi dello Stato sociale capitalistico; consiglio peraltro la lettura del libro di Benjamin Barber “Consumati. Da cittadini a clienti” per affrontarlo con le dovute cautele.
D:Ed è questa qualità che dobbiamo ricercare, piuttusto che la funzione, perchè dare una funzione ad uno spazio mal disegnato per la stessa, si va incontro ad un fallimento
R:La faccenda è più complessa. Recentemente, capitato a Stoccolma, ho preso la metropolitana e sono andato a vedere Vallingby: ho notato che la popolazione era cambiata, soprattutto a causa dell’immigrazione cosiddetta extra-comunitaria, e in conflitto con un repertorio tipologico oramai spogliato della sua primitiva differenzialità: la stessa “strada vitale” appariva in fase di ristrutturazione. L’alta accessibilità spinge fuori una domanda di servizi cui il mutamento antropologico-culturale della cittadinanza imprime diversificazioni profonde, mentre lo spazio pubblico viene occupato dalle attività informali che in un certo senso le rappresentano: quartieri con la popolazione di piccole città non possiedono o stentano ad avere i servizi di queste ultime e, tuttavia, il nodo è nello spazio pubblico, oggi sempre più “agito” da forze contraddittorie e largamente impreviste: come dicevo poco fa, queste forze danno un’interpretazione diversa da quella privilegiata sinora dalle politiche pubbliche del Welfare Statetradizionale e dal marketing immobiliare.
D:Il fallimento di alcuni progetti è insito nella natura della nostra professione, possiamo imparare qualcosa dal fallimento degli esperimenti del movimento razionalista ?
R:Beh, parlare di fallimento mi sembra troppo: io credo che esperimenti come quelli berlinesi, accennati poco fa, o corbuseriani rappresentino un capitolo importante per l’architetture e l’urbanistica. La ripetizione di questi schemi in chiave essenzialmente funzionalistica ha però smarrito con il tempo il proprio carattere innovativo. Di più: le possibilità di arricchimento che le vecchie tecniche comportavano, legando luogo e artefatto, vengono meno in un frangente in cui abbiamo bisogno di aprirci alle culture della differenza, radicate o emerse dentro il nostro sistema sociale e nel suo ambiente umano e fisico. Secondo me il progressivo disconoscimento del valore del luogo ha nuociuto molto anche perché non si è capito come città e territorio contenessero tracce, residui e rovine in grado di esprimere culture di cui il nostro tempo ha necessità per trarsi fuori dal paradigma della sua tradizione razionale ed eurocentrica: non stiamo commettendo lo stesso errore, privilegiando un prodotto urbanistico-edilizio omogeneo in tutte le grandi città del pianeta?
D:Una sorta di international style versione 2…
R:Sono cambiate tante cose, ma dentro sopravvive una contraddizione che è sempre la stessa: la razionalità, come afferma Levinas nelle pagine da me ricordate nel dialogo testé terminato con Luciano Semerani, è “totalitaria” e chiusa al mutamento soprattutto sulla soglia del nuovo millennio anche quando cambia i propri modelli.
D:Come diceva lei all’inizio della conferenza, quando tutti fanno qualcosa di simile, questo qualcosa diventa un paradigma e si deve quindi fare quel qualcosa in più per uscirne…
R:Siccome è venuta di moda fra di noi la parola “decostruzionismo”, sono andato a rileggermi alcuni passi di Heidegger e Derrida che l’anno coniata il primo e sviluppata criticamente il secondo. La riflessione di entrambi è lontana dai discorsi “alla moda” proprio perché tendono a svolgere (l’international style versione 2 … ) un compito omologante, quando è invece necessario indagare e coinvolgere tutto ciò che è rimasto esterno al paradigma dominante.
D:L’altro giorno abbiamo intervistato Marco Brizzi ed anche alcuni grafici, parlando di image media e nuovi modi di comunicare l’architettura, visto che lei ha pure scritto per Casabella, cosa dovrebbe fare una rivista cartacea per tenere il passo con internet e i blog.
R:Sto leggendo “Comunicazione e Potere” di Manuel Castells e avrò bisogno di un po’di tempo per … riordinare le mie idee sull’argomento. Ovvio: i mezzi di comunicazione sono cambiati e il transito carta/rete diventa cruciale dentro un’umanità sempre più digitale. L’esperienza della “Casabella” rogersiana risale a più di mezzo secolo fa: tempi, situazioni, tecnologie sono profondamente cambiati e mi è difficile spiegare, in poche o molte parole, come l’abbiamo vissuta. Un paio di aspetti mi sembrano tuttavia conservare una qualche immediatezza. La rivista aveva una tiratura limitata, ma un pubblico internazionale: credo che ancora oggi una rivista possa avere un ruolo, qualora sappia occupare uno spazio specifico e trovare il linguaggio adatto a esprimerlo con originalità e profondità. La “Casabella” di Rogers ha avuto due serie: la prima fortemente caratterizzata non soltanto da una ricerca critica della “continuità” del Moderno che rimarrà viva anche nella seconda , ma da un modo di comunicare l’architettura tutto suo. Le sembrerà banale: Rogers era entrato in conflitto con l’editore per dare alla rivista ritmo lento (praticamente bimestrale) e formato quadrato, perché quest’ultimo poneva problemi di spedizione e dal suo punto di vista, stante la materialità del messaggio cartaceo, Mazzocchi aveva probabilmente ragione. Il formato quadrato e senza margini, escogitato da Gae Aulenti, generava però un’efficacia alle immagini che altrimenti non ci sarebbe stata. Sentivamo il bisogno di liberarci da certi schemi grafici non tanto formalmente, quanto in termini di affrancamento dai modelli accademici, conservatori o razionalisti che fossero. La prima serie (ci saremmo dopo un po’ arresi alle esigenze dell’editore: rivista mensile in formato A4) era fatta di fascicoli corposi tanto da rendere sensato il ritmo bimestrale (occorreva più tempo per leggerla e per meditare sulle cose dette e rappresentate) e, soprattutto, più pregnante l’orizzonte di senso di ciascun numero della rivista anche quando non aveva il carattere monografico di quelli di maggiore successo. Rimango convinto che il passaggio dalla prima alla seconda serie abbia nuociuto al messaggio di “Casabella”. Certo, oggi, esistono altre possibilità. Da quel che ho creduto finora di capire, Castells sposa le tesi che l’autocomunicazione di massa possa entrare ed entri ormai da tempo in conflitto con il potere (dunque e anche con i suoi modelli presenti fuori dai circuiti strettamente politici) proprio e in quanto è in grado di esprimere e diffondere voci e progetti esterni all’establishment: leggo sui giornali del crepuscolo della televisione “generalista”, plasmata sulla logica del palinsesto, sotto la pressione di un prodotto aperto alla possibilità di sceglierlo e di parteciparlo tramite il computer o, ancora più agevolmente, uno o più decoder in un frangente che vede la moltiplicazione continua degli strumenti al servizio dell’interattività. Tutto vero, ma è anche all’orizzonte qualche nube sul mito libertario della rete, in quanto sono sempre più frequenti i “dazi” applicati al prodotto virtuale. Fuori da queste considerazioni mi domando peraltro, come anziano, se siamo soltanto noi vecchi ad avere bisogno della materialità del libro per sviluppare la nostra attenzione, per annotare il testo, per riflettere, ma forse e più particolarmente vi è qualche motivo meno generazionale per essere perplessi circa la capacità di molti rendering di comunicare l’architettura. Rappresentano troppo frequentemente spazi dove c’è sempre un sole primaverile, anche se nelle città e sul territorio piove, nevica e s’accumulano la nebbia e l’inquinamento, ma è soprattutto l’umanità che sarà chiamata ad “agirli” (ritorna l’argomento degli usi informali dello spazio pubblico e forse anche di quello privato) la grande assente. Abbiamo mezzi di comunicazione straordinari, ma continuiamo a rischiare di non usarli correttamente e, soprattutto, problematicamente: questo è il punto che, a mio avviso, la carta non è in grado di sciogliere, ma che la comunicazione tecnologicamente avanzata stenta a vedere e ad affrontare per cui giornali e riviste potrebbero svolgere ancora una parte importante, qualora riuscissero a favorire, alla maniera della prima serie di “Casabella”, forme di coniugazione fra intelletto e coscienza attualmente rare nella società di massa e nei suoi modi di comunicare. Giornali e riviste dovrebbero rivolgersi a segmenti di mercato altrettanto fortemente connotati anche perché la stampa (ohimé il costo del cliché!) ha meno problemi di tiratura di una volta. Bisognerebbe riuscire a immettere nel processo della comunicazione ingaggi di uno stile di pensiero, fino a ieri più incline alla riflessione, all’immaginazione, al ricordo, oggi probabilmente essenziali per potere trasferire il “piccolo diverso”, che anima tanto localismo, nel “grande diverso” che percorre il mondo: nella storia di ieri e in quella di oggi.Aspettiamo, ma mi sembrano ancora poche, dove il richiamo della tecnica o, meglio, del tecnicismo resta un residuo forte della cultura della Modernità, le possibilità di andare oltre i caratteri tradizionalmente consumistici o (la conferenza di Monaco di Heidegger insegni) nichilistici che infondono una voglia di possesso sovente slegato da un vero bisogno o desiderio.Parliamo tanto di “atopia” e di “deterritorializzazione”, che metterebbero fuori gioco la dimensione fisica del comunicare, ma non sono nemmeno pochi i sintomi del suo passaggio attraverso il suolo e nello spazio vissuto dall’ambiente umano per il tramite del territorio.
Francesco, Lorenzo
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Intervista a Domenico Podestà

Fotografia di Francesco Iuretig

D: A noi studenti della facoltà di Trieste non è mai giunta voce della possibilità di partecipare all’Archiprix…
R: Trieste non può mancare. Puntate al 2012, parlatene con i professori. In più c’è la possibilità che nel 2012 la premiazione dell’Archiprix si svolga a Trieste poiché un mio sogno è quello di rendere questo evento itinerante in giro per l’Italia. L’edizione 2008 si è svolta a Torino, quella di quest’anno a Napoli…
D: In Italia ci sono molti premi per le tesi di laurea, ma la sensazione è che manchi “il premio”, di riferimento tuti i tesisti. Crede che l’Archiprix può ricoprire tale ruolo?
R:Archiprix International esiste da vent’anni, è ben collaudato, si svolge ogni due anni, alternato con gli Archiprix internazionali. È un trampolino di lancio importante…
D: Una sorta di Europan per le tesi.
R: Sì, solamente sulle tesi e non sul realizzato. Ci sarà poi la pubblicazione con tutti i progetti selezionati, come per l’edizione 2008.
D: È la prima volta che la mostra dei progetti vincitori e selezionati è itinerante, com’è nata l’idea di affidare l’allestimento ad un artista ?
R: A Torino avevamo esposto in modo tradizionale, questa volta invece abbiamo voluto sperimentare questo connubio arte-architettura ed abbiamo avuto la forutna di conoscere Carlo Importuna così è nato il tutto.
D: La giuria è sempre la stessa o cambia di anno in anno ?
R: Un componente dell’ordine nazionale, in questo caso il sottoscritto, in delega del presidente dell’ordine nazionale degli architetti che assume la presidenza della giuria poi un rappresentante alla sovraintendenza ai beni architettonici e culturali del MIBAC, perché questa iniziativa viene fatta col patrocinio della sovrintendenza ai beni culturali ed ambientali, in questo caso il direttore alla sovraintendenza, l’arch. Maurizio Galletti. Il presedente dell’ordine degli architetti locale, quest’anno il presidente dell’ordine degli architetti di Napoli Gennaro Polichetti, un giornalista, in questo caso Daniele Rotondo, un rappresentante dell’Archiprix Olanda, il prof. Barbieri dell’Università di Amsterdam.
D: Sarebbe interessante vedere il confronto tra i vari vincitori nazionali…
R: La cosa interessante è proprio la possibilità per tutti i progetti, vincitori e selezionati, di potersi iscrivere anche all’edizione internazionale, ma non avviene d’ufficio, spetta a i singoli partecipanti decidere.
Ringraziamo l’arch. Domenico Podestà per la disponibilità ed invitiamo tutti a visitare la mostra Archiprix in mostra fino a Settembre al Museo Revoltella.
Francesco, Ignazio
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Città, visioni per il futuro

Venerdì 6 agosto / ore 18:00 / Salone degli Incanti – Ex Pescheria
La serata conclusiva del festival ha lasciato spazio alla città di Trieste.
Sono stati introdotti dall’arch. Elena Carlini, che insieme a Luciano Lazzari ha organizzato gli incontri della manifestazione, Andrea  Dapretto, Presidente dell’ordine degli architetti di Trieste, Roberto Dipiazza, sindaco di Trieste, William Starc, dirigente Area Servizi Tecnici della Provincia di Trieste e Roberto Weber, presidente SWG Trieste.
Trieste oggi, alle porte del nuovo piano regolatore. Questa è stata la tavola di discussione su cui sono intervenuti gli ospiti, senza negare a volte, alcune perplessità nei confronti del piano e dello sviluppo futuro della città. Si è dibattuto sulle prospettive e la qualità della vita triestina, immaginando possibili scenari di espansione demografica per le due zone che godono di rilevante estensione, il Porto Vecchio e l’area della Ferriera.
Durante l’incontro non si sono tralasciate nemmeno questioni di carattere economico, la consapevolezza che la fase in cui le risorse economiche permettevano piani più ambiziosi è terminata: non ci si confronterà più con un orizzonte di nuovi grandi investimenti ma con iniziative in grado di dimostrare una buona capacità di gestione nel tempo, condizione espressa dal sindaco Dipiazza con il motto “fare è facile, gestire è difficile” ed è proprio verso quest’ottica a cui la città, nel futuro dovrà guardare, adottando una politica che ponga attenzione ai costi e alla manutenzione delle strutture.
Ma, ha ricordato Dapretto, la città che un tempo era emporio dell’impero e poi centro commerciale di riferimento anche per chi viveva oltre confine – e che non potrà aspettarsi di recuperare quel ruolo baricentrico in futuro – non può rifugiarsi anche esteticamente in un passato fastoso, rifiutando la stratificazione di stili e tendenze che sono segno di vitalità nel periodo contemporaneo.
Si è superata la fase in cui veti incrociati, dovuti a troppe autorità dotate di poteri pianificatori, avevano ostacolato l’approvazione di nuovi piani ma vanno oggi contrastate nuove tendenze alla frammentazione della gestione del territorio. Per pensare ad un nuovo futuro della città di Trieste è necessario che essa ridisegni i suoi confini amministrativi allargando lo sguardo all’intero golfo, ad una scala territoriale che tenga presente le potenzialità che la città ha nell’intorno, agendo attraverso “un’economia di scala ed una programmazione insieme” convincendosi che la strada della sinergia con le regioni circostanti è la risposta per rilanciare Trieste insieme a tutta la costa, da Venezia all’alta Croazia, e l’entroterra.
L’aperto invito rivolto ad architetti ed urbanisti è stato quindi quello di agire conseguentemente alle scelte politiche della città per non impedirne la sua gestione e senza trascurare il problema delle risorse.
La questione porta  a rivalutare le scelte in campo architettonico ed urbanistico senza esimere dall’impegno che questa professione si propone tenendo sempre presenti i bisogni della città e rivolgendo le forze ad un’attenta riqualificazione, ora non resta che capire verso a quale visione per il futuro si dovrà guardare.
Claudia, Ignazio
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Intervista ai grafici

Ecco l’intervista fatta a Francesco Nicoletti & Lucia Pasqualin, i curatori del progetto grafico della manifestazione.
Lorenzo, Andrea
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Last but not least

Nel ricordarvi che domani si concluderà questa bellissima manifestazione, vi invitiamo a partecipare, come sempre, numerosi.

Ecco il programma in calendario per oggi:

ore 16:00 / Salone degli Incanti-ex Pescheria
ATELIER Atelier green(s)trip – PRESENTAZIONE RISULTATI
Elena Marchigiani, Ricercatore di Urbanistica presso il DPAU, Facoltà di Architettura Università degli Studi di Trieste
Debora Zanette, Architetto
18:00 / Salone degli Incanti-ex Pescheria
CITTA’, VISIONI PER IL FUTURO
Andrea Dapretto, Presidente Ordine Architetti PPC Trieste
Roberto Dipiazza, Sindaco di Trieste
William Starc, Dirigente Area Servizi Tecnici della Provincia di Trieste
Roberto Weber, Presidente SWG Trieste
ore 20:00 / Salone degli Incanti-ex Pescheria
PARTY
Lorenzo
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Atelier Green(s)trip, il video

Andrea
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Onna. Progetto pilota

foto di Francesco Iuretig

Lunedì 2 agosto / ore 21:00 / Salone degli Incanti-Ex Pescheria / Onna Progetto Pilota
Sulla scia degli incontri di apertura al festival, anche quello di lunedì dal titolo “Onna. Progetto pilota” ha ripreso il discorso sugli approcci contemporanei al costruire e sul ruolo dell’architettura. L’arch. Barbara Fornasir Presidente della sezione di Trieste e Gorizia dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura, ha introdotto l’appuntamento con Wittfrida Mitterer, docente presso l’Università Statale di Innsbruck ed Andrea Sandri dell’azienda Rofix,Svizzera.
Insieme hanno illustrato la connessione tra la disciplina della “bioarchitettura” e l’opera di ricostruzione di Onna, borgo storico colpito dal sisma nell’aprile 2009.
Sia nel rapporto con la professione di architetto sia nel lavoro concreto di ricostruzione, infatti, la consapevolezza della forte influenza sulla collettività del proprio operato e della necessità di una condivisione quanto più ampia possibile delle scelte operative è premessa imprescindibile per un approccio responsabile.
In questo senso l’arch. Fornasir si è riferita alla bioarchitettura come a un’occasione per introdurre una sorta di “umanesimo” nel lavoro dell’architetto. La necessità di focalizzare sull’uomo le scelte che portano all’evoluzione delle città parte dalla capacità di scegliere impianti edilizi, sistemi costruttivi, materiali che possano creare un ambiente adatto alla nostra esistenza e sostenibile in termini di impatto ambientale oggi e negli anni a venire.
Come la progettazione è una disciplina che attinge a più saperi arrivando a coinvolgere molte figure verso un risultato condiviso, così l’approccio per la ricostruzione di Onna è stato un processo che si è cercato di rendere il più corale possibile. La professoressa Mitterer ha infatti spiegato che il coordinamento per la ricostruzione ha fatto in modo di riunire in una associazione gli abitanti del paese distrutto in modo da farli partecipare alle scelte che sarebbero state prese, così da poter anche raccogliere le esigenze che la collettività nutre in merito al recupero dell’identità del proprio ambiente.
Così, se da un lato la Repubblica Tedesca, finanziatrice del progetto per Onna, ha scelto di riservarsi un ruolo improntato al criterio della sussidiarietà, per poter sostenere il lavoro senza imporre scelte dall’esterno, è dall’altro riuscita, per il tramite della prof. Mitterer, a far approvare un vademecum concordato con i cittadini e i professionisti interessati che permetterà, a chi deciderà di attenervisi, di sostenere un iter burocratico molto più snello di quello cui si sarebbe soggetti procedendo “in ordine sparso”.
Ma a parte il lato “pratico” del coordinamento di tutto il processo, l’opera per il borgo abruzzese mira a ricreare la rete di relazioni e il rapporto con la città che costituisce il legante di una comunità. È questo che più di ogni altra cosa rende la vita nel piccolo centro “unica”: la Mitterer ha tenuto a sottolineare che anche in Paesi in cui la quantità di beni di cui si può disporre è maggiore che da noi, tuttavia si continua a guardare all’Italia come a un Paese in cui le reti di contatti, rapporti e relazioni con un territorio rendono preferibile vivere qui. Per ciò la scelta di sostenere la ricostruzione del borgo mantenendo il più possibile la connotazione originale, con modifiche minime all’impianto dell’abitato – perseguendo strenuamente il motto che nell’opera di recupero “ciò che si può fare si deve fare”.
Il progetto per Onna, si inserisce quindi in un progetto di masterplan più complesso, rivolto a migliorare l’attività sociale e produttiva del paese, realizzando nuove piazze attrezzate con negozi, locali, altri luoghi di aggregazione ed incentivando l’attività agroindustriale. Il programma è rivolto anche a migliorare la viabilità, il paesaggio, la vita sociale e ricreativa ad Onna, attraverso la progettazione e la valorizzazione delle rive del fiume e l’ambiente circostante, attrezzandoli con nuovi percorsi pedonali e ciclabili, con nuovi punti di attrazione, servizi ed opere di land art.
Se quindi è dalla percezione dell’ambiente circostante che si origina il buon rapporto con l’abitato l’arch. Fornasir non si è voluta esimere dal lanciare un appello affinché l’esempio di Onna venga raccolto e riproposto per un intervento nel Porto Vecchio di Trieste: esempio di un patrimonio comune della città che non ci si può permettere di lasciar decadere e perdere.
Claudia, Ignazio
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Studi Aperti: StarAssociati

Ricordiamo che oggi, alle 18, presso StarAssociati, via San Michele 11, vi sarà l’ultimo incontro come conclusione dell’iniziativa che ha aperto gli studi professionali alla città.
Si potrà assistere alla proiezione di un video-collage su opere realizzate e in corso d’opera sul tema de “L’architettura della salute mentale“.
Vi aspettiamo numerosi.
Lorenzo
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Intervista a Marco Brizzi

La seguente intervista è stata trascritta dalla chiacchierata fatta con Marco Brizzi durante la serata del 29 Luglio, subito dopo la presentazione dei video partecipanti al festival BEYOND MEDIA a cura di IMAGE Archive.
Ctrl-x: visti i numerosi film sull’architettura, come Frank Gehry creatore di sogni , My architect o Koolhaas HOUSELIFE, si può dire che sia cambiato il modo di (rap)presentare l’architettura?
Brizzi: Certi film non cambiano il modo di rappresentare l’architettura ma denotano un cambio d’atteggiamento del pubblico nei confronti dell’architetto e dell’architettura.
L’architetto è tornato ad essere una figura non soltanto riconoscibile ma anche di pubblico interesse, perché la caratterizzazione delle personalità architettoniche ha fatto sì che gli architetti tornassero a diventare delle figure riconoscibili nell’universo sociale.
Questo non è necessariamente un bene o un male, però fa sì che l’attenzione dei media in questo momento si concentri anche su queste figure, che per decenni siano state marginalizzate dalla scena mediatica.
I film di cui parlate sono a diverso titolo espressione di altri aspetti, per esempio il film Koolhaas HOUSELIFE è opera di videomaker che hanno riconosciuto un opera architettonica singolarissima e hanno scelto un modo assolutamente originale per raccontarla, cioè scegliere il punto di vista della domestica, una guida imprevedibile e non convenzionale per conoscere la casa meglio di come si potrebbe conoscere se si seguissero le guide turistiche che portano le comitive in quella abitazione.
Frank Gehry creatore di sogni o My architect sono operazioni molto più strutturate e legate anche a delle forme di pubblicità.
Ctrl-x: O si tratta di un nuovo strumento per diventare più capillari e farsi capire meglio dalle persone?
Brizzi:Non lo direi un nuovo approccio perché comunque non è nuovo né sistematico, però oggi è data una diffusa attenzione al tema dell’architettura, che molto spesso questa passa per il video.
Ctrl-x: sempre più studi presentano le loro opere mediante il video…è un modo di comunicare o il sintomo del narcisismo degli architetti?
Brizzi:Sicuramente tutte e due le cose insieme ma, siccome sono uno di quelli che credono nella possibilità del progetto di trovare costantemente nuove vie per esprimersi e per svilupparsi, mi piace pensare che la prima delle due ipotesi sia più consistente.
Ctrl-x: lei, attraverso Image, si occupa anche di promozione di architettura.
In questi giorni, nelle interviste fatte agli studi, si è riscontrata una comune difficoltà ad individuare anche solo tre nomi di architetti nel panorama italiano. Secondo lei c’è un astro nascente nel panorama italiano?
Brizzi: Dipende dalle ottiche che si usano per riconoscere gli astri.
Astri nascenti ce ne sono di continuo. Siamo abituati, o vorrei dire viziati, a osservare i fenomeni architettonici secondo delle griglie che dire consumate o vecchie è dir poco. Quindi siamo costantemente alla ricerca delle nuove star, quando invece delle stelle bellissime, pulviscolari e diffuse, che non inseguono a tutti i costi l’obbiettivo di diventare delle grandi stelle, esistono.
Allora quello che proporrei è di ribaltare la domanda e di non andare a cercare la nascita di potenziali grandi star ma di osservare le piccole star, che comunque hanno una grandissima dignità di esistenza e che non perseguono solo l’obbiettivo di raggiungere la tappa più alta, ma perseguono l’obbiettivo di fare della buona architettura. E la fanno probabilmente meglio di quelli che diventano delle grandi star.
Le riviste non fanno altro che enfatizzare questo meccanismo, anche se, dopo la rivoluzione informatica e con la nascita delle riviste web, in parte anche in quella che gestisco io,hanno distrutto questa distanza fra gli architetti che meritavano di andare sulla carta e quelli che ancora non lo meritavano perché non erano diventati neanche delle nane.
Dopo questo fenomeno anche delle riviste cartacee, per fortuna, hanno preso l’abitudine di raccontare un orizzonte non necessariamente così aulico.
Ctrl-x: secondo lei, le riviste digitali come architettura.it, sono una alternativa o un’integrazione a quelle più tradizionali redatte sella carta stampata?
Brizzi: Le riviste digitali non sono un universo di elementi omogenei. Ci sono tante forme che cambiano, così come cambiano i fenomeni nel tempo.
Quando ho cominciato a fare architettura.it, che è nata nel 1995, veniva da dire rivista digitale perché la cosa più facile da realizzare era mutuare la forma e l’atteggiamento della rivista tradizionale, trasponendola nell’ambiente digitale, quindi mediando una forma che poteva essere molto più innovativa con una forma riconoscibile e comprensibile per il pubblico, per quello l’idea di chiamarla rivista. In realtà sappiamo che il mondo delle riviste digitali è stato sovvertito dalla nascita di fenomeni propri della rete come per esempio il blogging o i sistemi di social networking, che stanno facendo molta più informazione di architettura di quello che stanno facendo le riviste. Se si guarda questo universo come qualcosa di dinamico che non ha un carattere unitario, è difficile dire qual è il rapporto fra questi strumenti e quello che succede sulla carta. Se prendi quello che ho detto prima, è vero che, come succede con tutte le tecniche, quando una tecnica nuova emerge, copia, scimmiotta e imita per un certo periodo di tempo le tecnologie che l’hanno preceduta sulla stessa linea, per poi affrancarsene.
Di certo esistono molte contaminazioni con la carta stampata, ma non c’è una rivalità. Chi ha visto nei primi tempi una rivalità di certo era molto miope.
Le potenzialità sono sicuramente diverse, come per esempio l’immediatezza.
E questo cambia sicuramente il modo di osservare l’architettura e di seguire il discorso che l’architettura produce nelle varie pubblicazioni. Cambiano i tempi di percezione, di dibattito. I fenomeni tendono a bruciarsi più rapidamente.
La reperibilità dei progetti pubblicati su un ambiente digitale è molto più alta di quelli che puoi ritrovare negli archivi faticosi di Casabella, di Domus.
Anche se poi ti fanno il cd, anche se poi ti danno comunque la possibilità di prendere il pdf sui loro siti dopo che ti sei accreditato.
Andrea, Lorenzo
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