ccs-caracas
fotografie di stefano graziani
Questo lavoro è stato condotto sulla città di Caracas, nei quartieri 23 Enero e nella città informale dei barrios; è una ricerca sui caratteri di autocostruzione e di autogestione nei barrios e una documentazione di alcune gated communities. Si tratta di un tentativo che tende al superamento delle opposizioni nel discorso urbano tra ricco/povero, formale/informale, storico/moderno, pianificato/non pianificato, formale/informale, e ad una descrizione della città che prescinda dai termini precostituiti di confine e divisione.
Il lavoro di Stefano Graziani si inserisce nel contesto più ampio dell’esposizione “ISLANDS + GHETTOS”, organizzata presso il Kunstverein di Heidelberg a cura di Johan Holten, che comprendeva i lavori di 35 artisti, architetti e urbanisti internazionali e, più nello specifico, nel progetto sulle enclaves nelle città di Dubai e Caracas del gruppo Multiplicity con Matteo Ghidoni, Francesca Recchia e Stefano Boeri.
Expo dopo expo
Lo sguardo di cinque fotografi
Le esposizioni Internazionali da quasi due secoli e fino ad oggi , sono state grandi occasioni di rappresentazione di identità e capacità organizzative nazionali con un notevole spargimento di mezzi e grande coinvolgimento delle realtà urbane delle città ospitanti, sia a livello architettonico che infrastrutturale. In previsione della prossima edizione milanese del 2015 l’Ordine degli Architetti di Milano ha promosso una serie di incontri ed organizzato cinque campagne fotografiche in cinque città europee sedi di EXPO negli anni passati. L’intenzione è stata quella di documentare, anche con immagini, la realtà ambientale oggi delle aree espositive, il livello di integrazione urbana residuo, l’impatto visivo ed i problemi relativi al riuso delle strutture architettoniche.
I quartieri fieristici, le architetture e le attrezzature per i servizi e specialmente le architetture realizzate appositamente per i padiglioni nazionali, presentano problematicità diverse caso per caso, ma tutte dimostrano come, nella concezione stessa dei progetti fieristici, il problema del “dopo” sia cruciale e imponga la previsione del riutilizzo o della dismissione programmata di molte strutture espositive a EXPO terminata. Con realtà e qualità diverse le città di Siviglia, Hannover, Lisbona, Saragozza, confermano come le concezioni espositive tradizionali legate alle strategie della costruzione di edifici complessi e di avvenieristici padiglioni nazionali, lascino sul terreno eredità fisiche, architettoniche ed urbane di non facile gestione e generalmente separate e sconnesse dalle complesse realtà urbane che le hanno sconnesse dalle complesse realtà urbane che le hanno ospitate. L’ultima in ordine cronologico è la realtà di Svizzera 2002 progettata con strategie territoriali diffuse e con finalità edilizie meno ambiziose, mostra pur nei limiti dimensionali e temporali, la possibilità di pensare soluzioni con caratteristiche fisiche e strutturali diverse che hanno paradossalmente collocato i resti dell’Expo nel solo spazio virtuale della memoria collettiva.
Una selezione di immagini di questo lavoro di ricerca fotografica è l’oggetto di questa mostra.
Franco Raggi
La museografia di Siza
a cura di Maddalena d’Alfonso
fotografie di Marco Introini

Siza è stato riconosciuto come uno dei più grandi maestri dell’architettura contemporanea grazie a uno stile che, per sua stessa definizione “non ha un linguaggio stabilito, né aspira a diventare un linguaggio” quanto piuttosto vuole essere “una risposta a un problema concreto, una situazione di trasformazione di un luogo al quale partecipo. Un linguaggio prestabilito puro e semplice non mi interessa”. Ciononostante Siza, in tutti i suoi interventi, ha dimostrato di saper realizzare opere che manifestano una profonda coerenza: il conflitto tra globalizzazione e particolarità locali viene risolto sempre in maniera ottimale e diventa, nel cerchio dei suoi progetti, una condizione professionale imprescindibile.
La mostra nasce dall’intento di evidenziare, attraverso un dialogo stretto e non convenzionale tra testo, fotografia, disegni autografi e disegni tecnici, il processo ideativo e creativo del progetto architettonico. I lavori a confronto sono due: il museo di Arte Contemporanea di Serralves a Porto e il museo di Ibere Camargo a Porto Alegre, in Brasile. Progettati in anni diversi e per aree affatto dissimili, i due musei comprendono matrici compositive e stilistiche analoghe. Scegliere soltanto due progetti si possono portare in luce i dettagli di un accurato lavoro di progettazione: seguendo uno stile unitario nel tempo, Siza si è sempre occupato di determinare una mimesi con i luoghi in cui s’inserisce o come preferisce dire l’architetto stesso di “realizzare una naturalezza nel sentire lo spazio costruito”.
Il file rouge che unisce Porto a Porto Alegre, in Brasile, è proprio il tener conto nella progettazione dello spazio circostante e di rapportare ad esso gli stilemi di una progettazione colta, nel senso di culturalmente valida e fondata.
L’ambivalenza è un fattore costitutivo dell’impresa di Siza: leggendo attentamente i due lavori, si può capire quali passaggi nella sua attività costruttiva siano stati compiuti. La visione dei disegni, delle tavole tecniche e, attraverso la fotografia, della matericità attuale dei due musei può rivelare un’idea sul lavoro dell’architetto del tutto originale e complesso frutto di una grande tradizione iberica e mediterranea.
La visione dello spazio
Fotografia come architettura
a cura di Roberto Mutti
Può essere definita architettonica qualsiasi fotografa che abbia come soggetto un elemento architettonico? A nostro avviso la risposta è negativa. Solo quando è evidente nell’autore la consapevolezza del suo progetto, l’emergere di una vera e propria coscienza di cui si trova traccia nelle scelte estetiche come nel rigore metodologico, si può parlare di fotografa di architettura.
La mostra non è stata realizzata con l’intento di presentare un panorama esaustivo dell’attuale situazione internazionale della fotografa di architettura. Abbiamo così voluto accostare autori differenti per formazione e scelte espressive che si sono misurati con questo tema nei modi più diversi operando una scelta volutamente insolita e, forse, anche un poco spiazzante. Accanto alle immagini lineari di autori ormai classici come l’italiano Gabriele Basilico e l’inglese John Davies compaiono, infatti, quelle spettacolari di Margherita Spiluttini, fotografa austriaca nota per le sue immagini di interni ma che qui presenta il risultato di una ricerca sul rapporto fra elementi architettonici e paesaggio naturale. La svizzera Stefania Beretta e l’italiano Andrea Garuti si sono misurati con il tema della città, la prima facendo ricorso a una doppia lettura parallela – il sopra e il sotto – che si ritrova in dittici dal sapore metaforico e l’altro utilizzando una composizione carica di atmosfere poetiche.
Al bielorusso Vladimir Sutiaghin è affidato il compito di evocare un passato che nella sua terra è, invece, un ben connotato presente: le sue fotografe descrivono un mondo che conserva l’atmosfera di una grandiosità antica. Completamente opposte sono le ricerche di tre italiani che affrontano il tema in un modo particolarmente originale: Maurizio Galimberti interpretando le architetture in un gioco di composizioni e scomposizioni di piani, Franco Donaggio inventando un tessuto urbano carico di suggestioni surreali, Occhiomagico evocando le atmosfere visionarie che gli sono care in un ricercato confronto fra realtà e funzione.
London – Trieste. Progetti a Trieste
a cura di Andrew Peckham e Dusan Decermic

La mostra London – Trieste è la conclusione di un percorso iniziato nel novembre 2009 quando un gruppo di studenti del 4° e 5° anno della Facoltà di Architettura della University of Westminster di Londra – assieme ai professori Andrew Peckham e Dusan Decermic – trascorre una settimana a Trieste per studiare il contesto urbano, architettonico e culturale della città.
Inizia così un laboratorio di progettazione che si sviluppa per fasi successive dapprima con un’analisi approfondita del territorio che gli studenti percorrono per lo più a piedi, divisi in 4 gruppi di ricerca, con ampi giri di ricognizione che vanno da Valmaura a S. Giovanni, dal Sincrotrone a Muggia ma anche da Prosecco alla Zona Industriale e nel Porto Vecchio.
Ritornati a Londra gli studenti iniziano a sviluppare le prime ipotesi progettuali che affrontano temi e ipotesi diverse: una parte del gruppo progetta un centro multimediale di traduzione, mentre altri iniziano un percorso più lungo che diverrà la loro tesi di laurea.
La mostra testimonia la diversità degli approcci progettuali e tematici affrontati nell’ambito del corso e agevola la lettura pubblica di un materiale di lavoro ben più ampio.
Diversi i temi affrontati dagli studenti ma anche i siti di progetto che hanno selezionato: Il ciglione carsico presso la Cava Faccanoni, l’area della Lanterna, un ex-valico di confine, il canale di Ponterosso, la discesa da Servola a Valmaura, il Porto Vecchio ma anche il Boschetto sono i luoghi analizzati e per i quali hanno proposto degli originali interventi architettonici e paesaggistici. Un centro produttivo e distributivo per l’editoria tra i magazzini del Porto Vecchio; un piccolo nucleo manifatturiero nelle doline carsiche, una sede per la ricerca e la produzione enologica che è anche luogo per lo svago, a Padriciano e similmente al Boschetto; una torre colorata per il self-storage nel Porto; torri trasparenti per lavorare tra gli alberi ma anche costruzioni visionarie che sovvertono la percezione consueta dei luoghi della città.
Progetti guidati dalla fantasia individuale che si sono sviluppati attraverso un lavoro di analisi e interazione con esperti e progettisti dell’Amministrazione Comunale e soprattutto con i colleghi dell’Ordine degli Architetti, che li ha visti anche partecipi alle revisioni finali a Londra.
Premio di Architettura Ugo Rivolta 2009
Da qualche anno in Europa la congiuntura economica ha riacceso l’interesse nei confronti dell’edilizia residenziale sociale, sollecitando l’informazione e il dibattito sul contributo che questo settore dell’architettura è in grado di offrire alla qualità complessiva dell’ambiente costruito.
Istituito dall’Ordine degli Architetti, Pianificatori Paesaggisti e Conservatori di Milano con cadenza biennale, il Premio europeo di architettura Ugo Rivolta è uno strumento importante per diffondere la conoscenza dei migliori progetti di abitazioni a basso costo realizzati negli ultimi anni nel contesto europeo, tenendo viva l’attenzione dell’opinione pubblica nei confronti di un tema che da almeno due secoli esercita un influsso non secondario sull’assetto fisico e sociale delle nostre città.
Significativamente il Premio è dedicato a Ugo Rivolta, architetto milanese, esemplare figura di progettista attento ai processi di costruzione dello spazio urbano collettivo.
Stanza cioè dimora capace o ricettacolo
fotografie di Stefano Graziani

Nel 1968 Yona Friedman si è trasferito con la moglie Denise in un appartamento al quarto piano di un ordinario e solido palazzo haussmanniano lungo Boulevard Garibaldi, a Parigi. Chiunque abbia avuto la fortuna di visitarlo lo avrà visto aprirsi davanti a sé come qualcosa di più di una mera successione di stanze, bensì come un piccolo e personale sancta sanctorum – debhir, in ebraico.
Un luogo segreto colmo di una grande quantità di oggetti, affatto eterogenei, che colpiscono il visitatore direzionandone lo sguardo fin quasi a far sparire la forma pura delle stanze. Lfapparente disordine della composizione di souvenir, oggetti dfartigianato, plastici, disegni elementari e piccoli rifiuti trasformati in ready-made è però in linea con la ricerca teorica di Friedman.
Stefano Graziani persegue da tempo una fotografa opposta allo instant décisif .
Graziani mira piuttosto a una fotografa più meditata e concettuale che raffiguri enti esanimi, cioè privi di anima, ma contemplati dalla tassonomia, siano essi oggetti dfarchivio, vegetali o animali imbalsamati. Per questo è stato del tutto naturale per lui fotografare la casa di Friedman, scovandovi peraltro una dominante di colore differente in ogni stanza.
Ha scritto Giorgio Agamben: «I poeti del e200 chiamavano gstanzah, cioè gdimora capace e ricettacoloh, il nucleo essenziale della loro poesia, perché esso custodiva, insieme a tutti gli elementi formali della canzone, quel joi dfamor che essi affidavano come unico oggetto alla poesia. Analogamente Yona Friedman – e con lui Stefano Graziani – sembra dunque disporre la sua gstanzah come ggremboh della propria opera.
Manuel Orazi
concorso di idee per il recupero della vedetta panoramica di Opicina
