In parole e in immagini

Podestà Covacic Brady

Foto e collage di Francesco Iuretig

La giornata di ieri, ricca di eventi, si è aperta con l’inaugurazione al Museo Revoltella della mostra del concorso Archiprix, che vede Trieste prima tappa di un percorso che si snoderà attraverso l’Italia. Nell’allestimento di Carlo Importuna le “siluette” nere che studenti e amanti del disegno dell’architettura sono abituati a vedere animare tavole d’esame o progetti di concorso sono uscite dagli spazi di carta e hanno popolato le sale dell’esposizione suggerendo una riflessione sui nuovi fenomeni di espressione artistica nelle città o sul contrasto aggregazione/solitudine nei rapporti odierni. La mostra – inaugurata alla presenza dell’assessore Greco, l’arch. Dapretto, la dott.ssa Masau Dan, direttrice del Museo Revoltella e il direttore del concorso Archiprix, Arch. Podestà – espone i progetti vincitori e segnalati del concorso nazionale, emanazione del medesimo concorso europeo. Archiprix si svolge ogni due anni coinvolgendo le facoltà di architettura italiane che ritengano di segnalare delle tesi di laurea dei propri studenti. Un concorso che è già un punto di riferimento per studenti e laureandi di altri Paesi europei ma che ancora attende di vedersi riconosciuto il giusto risalto nelle facoltà di Architettura del BelPaese. Nelle tavole esposte si possono riconoscere gli approcci progettuali delle varie scuole della penisola e la tensione al superamento dei confini nazionali. Un evento che si candida quindi a diventare l’occasione istituzionale per testare lo stato dell’arte delle facoltà nostrane, come ha ricordato il presidente del concorso, auspicando di poter valutare anche qualche progetto degli studenti del capoluogo giuliano già dalla prossima edizione di Archiprix.
La seconda parte della giornata ha visto confrontarsi, negli spazi dell’Ex-Pescheria, ospiti da tutt’Europa sui temi della professione dell’architetto oggi in Europa e sugli scenari futuri delle nostre città. Gli architetti non disdegnano di soffermarsi a riflettere sulla condizione odierna della loro professione e sul loro futuro. Ieri, nell’incontro “La professione dell’architetto in Europa”, si è cercato di inquadrare in una cornice europea le aspirazioni e le delusioni di una categoria professionale consapevole di doversi oggi “ridefinire” e di dover ritrovare un ruolo all’interno della società. In questo le istituzioni sono chiamate a far la loro parte, riconoscendo l’utilità di strumenti quali quello del concorso per l’affidamento dei lavori, come ha tenuto a ricordare l’arch. Dapretto, per stimolare una tensione al miglior prodotto e catturare l’attenzione di un pubblico sempre più diffidente verso la categoria. Addirittura, ha riportato Luciano Lazzari, capo della delegazione italiana presso il Consiglio degli Architetti Europei, solo il 7% degli intervistati in un sondaggio riterrebbe “utili” gli architetti. Carenza di credibilità, quindi, che va affrontata partendo dalla formazione dei professionisti e proseguendo sulla strada tracciata dall’Agenda di Lisbona per favorire la circolazione delle conoscenze tra i Paesi della Comunità Europea. In loro aiuto viene il lavoro del Consiglio degli Architetti d’Europa, ieri rappresentato dal presidente Selma Harrington, che intende fungere da collegamento tra le associazioni nazionali e le istituzioni europee per colmare il gap tra le aspirazioni di una categoria e una realtà in cui l’architetto vede sempre più erodere il proprio ruolo sotto la spinta di professionalità nuove ed esigenze in continuo aggiornamento. E se da un lato si ripropone, qui come nei dibattiti di altri salotti, il tema dell’etica nella professione, la risposta dell’ex presidente dell’associazione degli architetti dell’Austria centrale Martin Krammer  è in realtà un nuovo quesito, per mescolare le carte in tavola e per suggerire di cambiare prospettiva all’analisi: siamo sicuri che l’architetto sia poi una figura così “speciale”? Non sarebbe il caso di ripartire, se bisogna ridefinirne i contorni, dalle esigenze che la società esprime per capire che ruolo può rivestire chi aspira a definirsi “progettista”? Gli fa eco Andrew Peckham, docente alla University of Westminster, che al festival ha portato le tavole dei suoi studenti londinesi su un workshop tenutosi lo scorso autunno a Trieste: oggi la professione dell’architetto ha meno a che vedere con l’estetica e più con l’apertura alla società, nella consapevolezza che le tendenze dell’architettura possono divergere nettamente pur rimanendo ciascuna espressione del presente. Tutto questo, ha sottolineato con forza Selma Harrington, per ribadire che lo spazio influisce in maniera determinante sulla vita delle persone: uno spazio ben progettato ha come esito un buon ambiente di vita.
La seconda conferenza, dal titolo Città, visioni per il futuro, si è aperta con la presentazione di Angela Brady, architetto inglese, impegnata nel social housing, nella progettazione partecipata ed integrata con le energie rinnovabili. La presentazione di questa nuova visione della professione dell’architetto dovrebbe tenere conto di alcuni punti, ritenuti importanti dalla Brady: Densificare la città piuttosto che diffonderla; piantare alberi; coltivare negli orti urbani per un consumo a costo ambientale zero, eliminare le autovetture quanto più possibile; rallentare il ritmo e goderci la vita. Fa seguito l’intervento di Francesco Sbetti, Urbanista che ha studiato molto da vicino il caso di Bolzano, città i cui cittadini sono sempre stati abituati a rispettare i piani regolatori. Per Sbetti la visione di futuro più concreta e percorribile oggi è la sincronia tra le soluzioni dei piani regolatori e le soluzioni energetiche più aggiornate ed efficienti. Succede nella discussione il giornalista e scrittore Mauro Covacich, il quale muove con forza la discussione dalle soluzioni tecnico/amministrative fin qui esposte ad una visione più umanistica, sottolineando come la mutazione della società ha portato alla formazione di nuovi cittadini (autarchici ed agorafobici) per i quali i momenti di condivisione comuni saranno sempre più superflui. Il senso della città come luogo primo di interazione sociale è quindi scomparso. Ed è lontano il tempo in cui si poteva affermare l’aria della città rende liberi, come ricorda Bogensberger, citando un antico detto tedesco. Spetta all’esuberante ottimismo di Angela Brady sottolineare come le città “sono” le persone e che  si deve parlare di città sostenibili non solo dal punto di vista tecnico-economico ma anche di città a misura d’uomo. Il dibattito si fa incalzante e Sbetti rimarca come la forma della città si stia muovendo verso la metropolizzazione (riferendosi ai concetti di città estesa, città diffusa), verso cioè città o conurbazioni di dimensioni vastissime (si poneva in analisi la totalità delle città dell’area veneta con la conurbazione di Parigi). Cosa che per Covacich è origine di nuove forme di espressione di relazione dei cittadini: il Parkour è una di queste. È ancora l’uomo l’autore del disegno delle città oppure è rimasto solo spettatore passivo di processi incontrollati?
Francesco, Ignazio
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