Intervista a Silvano Tintori

D:Durante la conferenza si è parlato del Piano INA Casa,quando fu fatto questo piano, la necessità dell’epoca era dare più case possibile a più persone possibile, e la parola Casa mi ha sempre incuriosito, poiché era ovvio che attraverso questo piano si sarebbero ricostruite intere parti di città: lo spostare l’attenzione sulla parola “casa” piuttosto che sulla parola città, può avere dato un impulso diverso al modo di progettare ?
R:Bisogna tenere a mente la situazione del patrimonio edilizio in Italia nell’immediato dopoguerra. Nel censimento del 1951 non esisteva nel nostro Paese un capoluogo di Provincia dove il numero delle stanze fosse superiore al numero degli abitanti: il patrimonio edilizio era numericamente inferiore al fabbisogno di base stimato in termini di sopraffollamento oltre che di coabitazione e sottodotazione igienica degli e negli alloggi. Nel dopoguerra la “fame” di case risultava alta anche perché il conflitto aveva distrutto decine di migliaia di stanze. Col passare degli anni l’onda demografica si è attenuata e, anzi, invertita, ma la produzione edilizia ha continuato ad aumentare. L’accento sul problema dell’abitazione a scapito di quello della città e, soprattutto della ricostruzione delle fabbriche cui era legata la ripresa dell’occupazione è un fatto e può essere stato anche un errore, ma si spiega nel contesto di quegli anni: in un seminario a Milano organizzato per discutere della ricostruzione postbellica (non ricordo la data), il segretario della Camera del Lavoro (un sindacalista di Sinistra)aveva detto che il problema era quello di rigenerare l’occupazione e ridare la casa a chi l’aveva perduta per cui vinse il “dove era” e “come era” o, magari, peggio. Appariva impossibile in un frangente del genere disegnare un progetto come si stava tracciando nel Regno Unito dove, già durante la guerra, s’era pensato alla ricostruzione, riallacciandosi (il rapporto Barlow) al tema del decentramento urbano in discussione da tempo nei Paesi anglo-sassoni: basti ricordare i nomi di Howard e di Mumford. Il piano delle new town britanniche può essere ed è discutibile, però ha la forza del progetto: tutto questo non è stato possibile nell’Italia di allora. Anche il piano Fanfani (il Piano INA Casa) aveva suscitato molte polemiche, perché, fondato sul risparmio forzoso dei salariati, veniva giudicato negativamente soprattutto da chi percepiva le mercedi più basse.
D:E in pochissimo tempo…
R:In pochissimo tempo e pur con standard abitativi oggi inaccettabili, per l’Italia di allora tuttavia non così arcaici come ci appaiono adesso, la risposta al fabbisogno di base fu vigorosa.
D:Io ad esempio ho vissuto per otto mesi in un’appartamento costruito dall’Opera Profughi e la qualità del disegno degli spazi era ottima, una casa molto vivibile, con la pecca della scarsa insonorizzazione tra appartamenti. Muri quasi di carta che creano una promiscuità fastidiosa con i vicini…
R:Questo disagio è comune anche alla prefabbricazione transalpina: i francesi hanno demolito alcuni edifici tutti di cemento (strutture, solai, pareti) perché, pur rapidi da costruire e di basso costo, risultarono inabitabili. La questione mi sembra intrinseca al transito dalla costruzione tradizionale in muratura a quella in cemento armato. Avevo fatto un articolo per la rivista Casabella diretta da Rogers a cavallo degli anni cinquanta e sessanta sulla prefabbricazione in terra di Francia: durante alcuni sopralluoghi all’interno di questi edifici (per esempio a Lione) constatai che non risuonavano soltanto le voci dei vicini, ma si creava a tutte le ore un rumore di fondo insopportabile.
D:Il disegno veniva compromesso dalla realizzazione…
R:Non mi faccia parlar male degli architetti! Abbiamo troppo spesso privilegiato del progetto il disegno rispetto al prodotto e alla sua abitabilità. Molte volte ottime idee hanno dato esito negativo per il basso livello del costruito: oggi alla maggior cura per il prodotto corrisponde spesso la vacanza delle idee. Non si tratta però di una questione soltanto tecnica: da tanto tempo dovremmo avere appreso dai filosofi, più o meno direttamente coinvolti nel pensiero della crisi, che idee e cose, pensiero e azione sono inscindibili.
D:In una conferenza a Vienna sul social housing si parlò delle case progettate ad inizio ‘900, in cui veniva data poca importanza alla living room poiché la strada e la piazza sotto casa venivano considerate living room di riferimento. E questa visione mi ha ricordato quanto detto prima su Borgo San Sergio, dove si cercò di fare una strada, un Liston, come lo ha definito l’Arch. Semerani, un luogo dove avrebbe dovuto esserci la vita, il momento topico del borgo.
R:Non so se conosce il quartiere di Vallingby a Stoccolma: aveva suscitato un vivace dibattito fra gli ingegneri e gli architetti italiani, che erano andati a visitarlo. per il tentativo di creare un insediamento polifunzionale (una “piccola città” produttivo-residenziale) dove, a fianco della varietà dei tipi edilizi tesa a non dare una risposta qualitativamente troppo omogenea alla domanda di abitazioni, era stato previsto un centro di servizi sociali e commerciali raccolti intorno a una strada cui Piero Bottoni aveva affibbiato il nome di “strada vitale”. Accessibile a piedi da una stazione della ferrovia metropolitana, Vallingby (similmente a quanto era stato fatto a Berlino da Gropius e da altri notissimi architetti razionalisti circa ottant’anni fa) sembrò capace di offrire una soluzione integrata della città metropolitana che meritava di essere studiata e sviluppata. Per avere successo occorrevano attrezzature e servizi ben coordinati e apprestabili ab initio: operazione difficile da compiere in Italia anche fra gli uffici delle Amministrazioni pubbliche nelle quali la programmazione degli interventi veniva e viene soffocata da opportunismi politici e pastoie burocratiche. Parlo con cognizione di causa, ma penso che quanto in passato pareva decisivo è, oggi, necessario, ma non sufficiente: sia sul piano ecologico, sia su quello sociale.
D:La periferia non è un luogo ma una condizione, e la parola borgo non rimanda mai ad una condizione di periferia, qui è successo l’opposto.
R:Alla fine degli anni novanta ho coordinato la stesura del piano regolatore di Cremona, che era stata una città-emporio del ducato di Milano: città importante subito dopo la capitale del piccolo Stato perché funzionava da snodo fra Adriatico e Tirreno grazie alla navigabilità del Po, quantomeno prima dell’arrivo degli spagnoli in Lombardia. Cremona era stata strutturata per quartieri “di corporazione” e ognuno aveva la propria piazza del mercato: ancora oggi questo centro storico, abbastanza grande per una città di dimensioni medio-piccole ha una vivacità straordinaria. Lo spazio pubblico fa l’aggregazione e, se oggi viene assalito da tante attività informali, commerciali e creative, queste ultime disvelano, con il disagio della città multietnica, trasformazioni cui non soltanto politica e mercato stentano ad adeguarsi, ma entra anche in crisi una concezione standardizzata dell’attrezzatura e del servizio sociali. Non voglio affrontare qui e ora lo spinosissimo problema che ripropone il dualismo pubblico/privato nella crisi dello Stato sociale capitalistico; consiglio peraltro la lettura del libro di Benjamin Barber “Consumati. Da cittadini a clienti” per affrontarlo con le dovute cautele.
D:Ed è questa qualità che dobbiamo ricercare, piuttusto che la funzione, perchè dare una funzione ad uno spazio mal disegnato per la stessa, si va incontro ad un fallimento
R:La faccenda è più complessa. Recentemente, capitato a Stoccolma, ho preso la metropolitana e sono andato a vedere Vallingby: ho notato che la popolazione era cambiata, soprattutto a causa dell’immigrazione cosiddetta extra-comunitaria, e in conflitto con un repertorio tipologico oramai spogliato della sua primitiva differenzialità: la stessa “strada vitale” appariva in fase di ristrutturazione. L’alta accessibilità spinge fuori una domanda di servizi cui il mutamento antropologico-culturale della cittadinanza imprime diversificazioni profonde, mentre lo spazio pubblico viene occupato dalle attività informali che in un certo senso le rappresentano: quartieri con la popolazione di piccole città non possiedono o stentano ad avere i servizi di queste ultime e, tuttavia, il nodo è nello spazio pubblico, oggi sempre più “agito” da forze contraddittorie e largamente impreviste: come dicevo poco fa, queste forze danno un’interpretazione diversa da quella privilegiata sinora dalle politiche pubbliche del Welfare Statetradizionale e dal marketing immobiliare.
D:Il fallimento di alcuni progetti è insito nella natura della nostra professione, possiamo imparare qualcosa dal fallimento degli esperimenti del movimento razionalista ?
R:Beh, parlare di fallimento mi sembra troppo: io credo che esperimenti come quelli berlinesi, accennati poco fa, o corbuseriani rappresentino un capitolo importante per l’architetture e l’urbanistica. La ripetizione di questi schemi in chiave essenzialmente funzionalistica ha però smarrito con il tempo il proprio carattere innovativo. Di più: le possibilità di arricchimento che le vecchie tecniche comportavano, legando luogo e artefatto, vengono meno in un frangente in cui abbiamo bisogno di aprirci alle culture della differenza, radicate o emerse dentro il nostro sistema sociale e nel suo ambiente umano e fisico. Secondo me il progressivo disconoscimento del valore del luogo ha nuociuto molto anche perché non si è capito come città e territorio contenessero tracce, residui e rovine in grado di esprimere culture di cui il nostro tempo ha necessità per trarsi fuori dal paradigma della sua tradizione razionale ed eurocentrica: non stiamo commettendo lo stesso errore, privilegiando un prodotto urbanistico-edilizio omogeneo in tutte le grandi città del pianeta?
D:Una sorta di international style versione 2…
R:Sono cambiate tante cose, ma dentro sopravvive una contraddizione che è sempre la stessa: la razionalità, come afferma Levinas nelle pagine da me ricordate nel dialogo testé terminato con Luciano Semerani, è “totalitaria” e chiusa al mutamento soprattutto sulla soglia del nuovo millennio anche quando cambia i propri modelli.
D:Come diceva lei all’inizio della conferenza, quando tutti fanno qualcosa di simile, questo qualcosa diventa un paradigma e si deve quindi fare quel qualcosa in più per uscirne…
R:Siccome è venuta di moda fra di noi la parola “decostruzionismo”, sono andato a rileggermi alcuni passi di Heidegger e Derrida che l’anno coniata il primo e sviluppata criticamente il secondo. La riflessione di entrambi è lontana dai discorsi “alla moda” proprio perché tendono a svolgere (l’international style versione 2 … ) un compito omologante, quando è invece necessario indagare e coinvolgere tutto ciò che è rimasto esterno al paradigma dominante.
D:L’altro giorno abbiamo intervistato Marco Brizzi ed anche alcuni grafici, parlando di image media e nuovi modi di comunicare l’architettura, visto che lei ha pure scritto per Casabella, cosa dovrebbe fare una rivista cartacea per tenere il passo con internet e i blog.
R:Sto leggendo “Comunicazione e Potere” di Manuel Castells e avrò bisogno di un po’di tempo per … riordinare le mie idee sull’argomento. Ovvio: i mezzi di comunicazione sono cambiati e il transito carta/rete diventa cruciale dentro un’umanità sempre più digitale. L’esperienza della “Casabella” rogersiana risale a più di mezzo secolo fa: tempi, situazioni, tecnologie sono profondamente cambiati e mi è difficile spiegare, in poche o molte parole, come l’abbiamo vissuta. Un paio di aspetti mi sembrano tuttavia conservare una qualche immediatezza. La rivista aveva una tiratura limitata, ma un pubblico internazionale: credo che ancora oggi una rivista possa avere un ruolo, qualora sappia occupare uno spazio specifico e trovare il linguaggio adatto a esprimerlo con originalità e profondità. La “Casabella” di Rogers ha avuto due serie: la prima fortemente caratterizzata non soltanto da una ricerca critica della “continuità” del Moderno che rimarrà viva anche nella seconda , ma da un modo di comunicare l’architettura tutto suo. Le sembrerà banale: Rogers era entrato in conflitto con l’editore per dare alla rivista ritmo lento (praticamente bimestrale) e formato quadrato, perché quest’ultimo poneva problemi di spedizione e dal suo punto di vista, stante la materialità del messaggio cartaceo, Mazzocchi aveva probabilmente ragione. Il formato quadrato e senza margini, escogitato da Gae Aulenti, generava però un’efficacia alle immagini che altrimenti non ci sarebbe stata. Sentivamo il bisogno di liberarci da certi schemi grafici non tanto formalmente, quanto in termini di affrancamento dai modelli accademici, conservatori o razionalisti che fossero. La prima serie (ci saremmo dopo un po’ arresi alle esigenze dell’editore: rivista mensile in formato A4) era fatta di fascicoli corposi tanto da rendere sensato il ritmo bimestrale (occorreva più tempo per leggerla e per meditare sulle cose dette e rappresentate) e, soprattutto, più pregnante l’orizzonte di senso di ciascun numero della rivista anche quando non aveva il carattere monografico di quelli di maggiore successo. Rimango convinto che il passaggio dalla prima alla seconda serie abbia nuociuto al messaggio di “Casabella”. Certo, oggi, esistono altre possibilità. Da quel che ho creduto finora di capire, Castells sposa le tesi che l’autocomunicazione di massa possa entrare ed entri ormai da tempo in conflitto con il potere (dunque e anche con i suoi modelli presenti fuori dai circuiti strettamente politici) proprio e in quanto è in grado di esprimere e diffondere voci e progetti esterni all’establishment: leggo sui giornali del crepuscolo della televisione “generalista”, plasmata sulla logica del palinsesto, sotto la pressione di un prodotto aperto alla possibilità di sceglierlo e di parteciparlo tramite il computer o, ancora più agevolmente, uno o più decoder in un frangente che vede la moltiplicazione continua degli strumenti al servizio dell’interattività. Tutto vero, ma è anche all’orizzonte qualche nube sul mito libertario della rete, in quanto sono sempre più frequenti i “dazi” applicati al prodotto virtuale. Fuori da queste considerazioni mi domando peraltro, come anziano, se siamo soltanto noi vecchi ad avere bisogno della materialità del libro per sviluppare la nostra attenzione, per annotare il testo, per riflettere, ma forse e più particolarmente vi è qualche motivo meno generazionale per essere perplessi circa la capacità di molti rendering di comunicare l’architettura. Rappresentano troppo frequentemente spazi dove c’è sempre un sole primaverile, anche se nelle città e sul territorio piove, nevica e s’accumulano la nebbia e l’inquinamento, ma è soprattutto l’umanità che sarà chiamata ad “agirli” (ritorna l’argomento degli usi informali dello spazio pubblico e forse anche di quello privato) la grande assente. Abbiamo mezzi di comunicazione straordinari, ma continuiamo a rischiare di non usarli correttamente e, soprattutto, problematicamente: questo è il punto che, a mio avviso, la carta non è in grado di sciogliere, ma che la comunicazione tecnologicamente avanzata stenta a vedere e ad affrontare per cui giornali e riviste potrebbero svolgere ancora una parte importante, qualora riuscissero a favorire, alla maniera della prima serie di “Casabella”, forme di coniugazione fra intelletto e coscienza attualmente rare nella società di massa e nei suoi modi di comunicare. Giornali e riviste dovrebbero rivolgersi a segmenti di mercato altrettanto fortemente connotati anche perché la stampa (ohimé il costo del cliché!) ha meno problemi di tiratura di una volta. Bisognerebbe riuscire a immettere nel processo della comunicazione ingaggi di uno stile di pensiero, fino a ieri più incline alla riflessione, all’immaginazione, al ricordo, oggi probabilmente essenziali per potere trasferire il “piccolo diverso”, che anima tanto localismo, nel “grande diverso” che percorre il mondo: nella storia di ieri e in quella di oggi.Aspettiamo, ma mi sembrano ancora poche, dove il richiamo della tecnica o, meglio, del tecnicismo resta un residuo forte della cultura della Modernità, le possibilità di andare oltre i caratteri tradizionalmente consumistici o (la conferenza di Monaco di Heidegger insegni) nichilistici che infondono una voglia di possesso sovente slegato da un vero bisogno o desiderio.Parliamo tanto di “atopia” e di “deterritorializzazione”, che metterebbero fuori gioco la dimensione fisica del comunicare, ma non sono nemmeno pochi i sintomi del suo passaggio attraverso il suolo e nello spazio vissuto dall’ambiente umano per il tramite del territorio.
Francesco, Lorenzo
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Una risposta a Intervista a Silvano Tintori

  1. schubert ha detto:

    Molto interessante e completa l’intervista, saluti

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