Mirini giganti, caffè e camion

©davidemariapalusa

Ore nove e trenta. Piazzetta Urban. Arriva l’auto blu e si parte, per una giornata con Armin Linke.

Tappe previste due importanti aziende triestine che Armin scoprirà dall’interno, entrando nei luoghi meno conosciuti ma essenziali per queste realtà, sono gli spazi dove circolano i dati, si muovono i contenuti virtuali, vengono formulate le valutazioni segrete, camminano scatoloni pieni di capsule… un moto continuo, che verrà fermato in uno scatto.

La prima sosta ha profumo di caffè, un odore intenso e penetrante ed è tipicamente triestina: alla Illy non si può dire no ad un nero. Il momento merita addirittura il primo scatto della giornata: una grande hall di ingresso per un gran buon caffè. E’ così che Armin inizia il suo lavoro, con fare gentile e discreto procede in un’osservazione attenta e curiosa degli ambienti e delle azioni che vi si svolgono, persone e macchine che ripetono gesti e movimenti alla ricerca della perfezione del prodotto finale: l’espresso.

Ci spostiamo all’interno dello stabilimento con lo zaino dell’attrezzatura in spalla, così Armin è libero di muoversi con agio. I nostri colleghi ci avevano spaventate per la mole di materiale che ci saremmo dovute portare in giro, ma per fortuna stavolta Armin ha selezionato poche cose, sta tutto nello zaino piccolo: un paio di obiettivi, la minolta e una vecchia macchina fotografica a rullino, il cui tempo di esposizione di tre secondi lascia stupiti la maggior parte dei soggetti, impressi sulla pellicola per un istante così lungo. Il percorso all’interno della Illy prosegue a ritmo veloce, e mentre Armin gira, chiede, si informa, osserva, scatta, noi lo osserviamo immerso nel suo lavoro: lui, un punto di vista e una storia da raccontare.

Da un oblo in primo piano lo si scorge attento a sostituire un rullino estratto da una scatolina vecchia e impolverata, mentre con la coda dell’occhio controlla l’ambiente che lo circonda per visualizzare le scene migliori immerso tra tazzine e chicchi di caffè.

Dietro ad un grande mirino, chinato ad altezza cavalletto, punta dritto ai sommelier del caffè che degustano con il loro cucchiaino dorato le varie miscele, ben disposte su un tavolo pulito e bianco, organizzate in tre file da quattro bicchierini introdotti da una scheda, i sacchetti del caffè crudo e tostato.

Si avverte una sorta di necessità personale in quello che fa, come se non potesse fare altrimenti, come se ogni fotografia potesse essere così è basta, con quella luce, quell’obiettivo, quell’inquadratura. E quando trova la combinazione giusta, ecco la sorpresa di aver scoperto un tesoro, un’immagine che diverrà parte della sua arte. Girovaghi in una città fatta di caffè, passeggiamo tra alte mura costruite a secco dai sacchi di juta, dove il chicco è l’elemento base, ciò che da struttura al tutto; Armin cammina alla ricerca di qualcosa, chiede al magazziniere quale è la piazza migliore, cerca il punto in cui la macchina fotografica può trasformare un semplice clic nell’immagine perfetta di questa città invisibile e sconosciuta.

Dopo avere scoperto in tempo che è decisamente sconsigliato assaggiare i chicchi di caffè verde – pare che spacchino i denti – cambiamo del tutto ambiente e finiamo nella stanza dello schermo. Se mai vi doveste chiedere come arrivano fin lì i prodotti che comprate al banco frigo al supermercato, o come i container passano da un porto all’altro, o perché ci sono tutti quei camion che intasano le corsie delle autostrade o gli autogrill…sappiate che la risposta è su uno schermo, che è a Trieste. La risposta è all’Autamarocchi. Un maxi schermo di reti di distribuzione, rivolto verso 30 persone che a loro volta controllano su altri due monitor gli spostamenti di tutti i loro mezzi di trasporto. Armin li fotografa, nel loro frenetico lavoro, mentre muovono le proprie pedine su una fitta ragnatela di strade. Sembra una piccola wall street dei trasporti.

Armin prosegue il suo lavoro in altri luoghi della città, più o meno conosciuti, ma sicuramente da scoprire alla mostra che a breve verrà inaugurata al Museo Revoltella. Mentre beviamo qualcosa a conclusione della giornata, sotto le luci soffuse di un locale nel cuore triestino, ci racconta che con le sue opere vuole mostrare la città invisibile, quella che non si coglie fisicamente, fatta dalle infrastrutture che supportano interamente la città visibile; l’allestimento previsto per le sue foto ha proprio lo scopo di rivelare la struttura interna del museo Revoltella a seguito dell’intervento di Scarpa, lavorando sia sul fronte che sul retro delle pareti… architettura e fotografia quali strumenti che lavorano insieme e reciprocamente.

Non resta che aspettare di scorgere questa città.

Anna Dordolin, Elisa Zammattio

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