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Dopo un lungo possesso di palla da parte della squadra ospite, inizia il secondo tempo e l’arbitro la passa ai padroni di casa: a questo punto lo sguardo si sposta sulla visione della città delle persone che ci abitano e ci lavorano.

Il calcio d’inizio della ripresa è firmato da Alessandro Zanmarchi, che focalizza il suo intervento sui rapporti che Trieste instaura con il suo patrimonio culturale e con il mare. Facendo riferimento all’introduzione di Luciano Semerani, e alla sua traduzione di “Trouver Trieste” come “inciampare in Trieste” sottolinea come l’approccio dei turisti sia una scoperta del nostro patrimonio culturale mentre quello dei triestini sia un inciamparvi casuale, scoprendolo come se non fosse un qualcosa di consolidato. Dell’approccio con il mare invece rileva la ricchezza di un confronto mare/città su più livelli: quello immediato, del mare davanti agli occhi, e quello del progressivo allontanamento, fino al poter cogliere e abbracciare con lo sguardo l’intero golfo dalle alture circostanti. Mentre i turisti ne restano affascinati, però, i triestini sono talmente abituati a questa peculiarità che non ne rilevano la singolarità e non sembrano andarne sufficientemente orgogliosi.

Assist di Zanmarchi alla squadra ospite: “qual è stato il rapporto con i triestini? Vi siete trovati a discutere, a chiedere informazioni, a ottenere risposte più o meno balzane, vi hanno parlato in italiano, vi hanno parlato in dialetto?”. Riceve, intercettando il gioco, Giovanna Silva, che risponde subito all’ultima domanda. Per quanto le abbiano parlato in italiano, ha notato che anche se stranieri, alcuni dei suoi accompagnatori tra di loro, in sua presenza, parlavano in “italiano triestino”: ritiene però che questo fatto sia una ricchezza, non una cosa negativa, poiché esprime un forte radicamento al territorio. Inoltre, ricollegandosi alla possibilità di vedere il mare a più livelli, sottolinea come da esterno l’arrivo in città col treno sia molto suggestivo.

Ruba la palla Vittorio Torbianelli, docente all’Università di Trieste, che con un lancio lungo sposta l’attenzione del discorso sul significato che le fotografie esposte alla mostra hanno per la città. Lega le parole “fotografia” ed “economia” ed esemplifica questo legame attraverso le immagini di Armin Linke, che vanno a ritrarre le “scatole chiuse” dell’economia cittadina. La fotografia ha quindi il compito di aprire queste scatole permettendo anche alle persone comuni di vedere come funzionano e cosa contengono, legando di fatto al concetto di economia e fotografia anche quello di democrazia.

A questo punto il nostro arbitro per un giorno riporta ordine in campo restituendo l’attenzione alla visione di Trieste come mescolanza di cose diverse e citando Bobi Bazlen quando scrive che Trieste vive di questa mescolanza ma non ne è mai crogiuolo, poiché le diverse componenti restano autonome, ogni cosa rimane sé stessa nonostante noi cerchiamo di metterle assieme. Sarebbe interessante, continua Damiani fornendo un assist ai fotografi, sapere se hanno provato a capire se potessero stare assieme, mentre altri hanno lavorato su accostamenti più conflittuali. La palla viene intercettata da Graziani, che si sofferma, prima di rispondere, sull’evidenziare che Retrouver Trieste è stata prodotta e che questo aspetto è da sottolineare in quanto è molto raro che un’istituzione pubblica si faccia carico di una mostra e, contestualmente, di un grande rischio. Per quanto riguarda invece l’idea di Trieste come crogiolo, Graziani sostiene che questa visione non sia corretta in quanto a Trieste i gusti, le comunità e chi ci vive non si mescolano. Un’occasione come questa può trasformarsi in una cassa di risonanza. Si ricollega poi con il discorso di Torbianelli e rileva la singolarità del fatto che raramente le industrie vengano rappresentate in opere che hanno meno di un centinaio d’anni, soprattutto in questa città.

Riprende palla allora l’arbitro, sottolineando come anche nella sua visione ci sia un deficit di contemporaneità e come sarebbe interessante invece dare una misura, un senso di contemporaneità alla nostra città. La mostra di Semerani a Parigi risulta uno degli ultimi momenti di fuoriuscita, di produzione di questa città. Essa risale però al 1985, molte cose son cambiate e molto tempo è passato.

Intercetta di nuovo il gioco Giovanna Silva che, ricollegandosi al discorso di Trieste come crogiolo, racconta di come si sia interrogata sul come mostrare il suo lavoro sulle comunità della nostra città, e di come abbia deciso che per raccontare ogni comunità non fosse forse il caso di selezionare un’immagine per ognuna, ma creare un percorso narrativo che in qualche modo raccontasse, con 10/15 immagini, ogni comunità. Quando si è posto il problema di come assemblarle, la possibilità era creare dei blocchi (la comunità serba, quella ebraica, etc.) oppure organizzare le immagini in una sequenza, unendole con degli accostamenti formali, dei richiami da un’immagine all’altra come l’architettura, il colore o anche il significato della foto stessa: la fotografa ha optato per la seconda possibilità, confessando di aver, forse, forzato un po’ la mano, poiché questi blocchi sono separati tra di loro. Crede però che alla fine ci siano più legami di quelli che appaiono, crede cioè che ci sia un forte senso di appartenenza.

Tocca palla per la prima volta, dopo essersi mimetizzato nella squadra ospite, Andrea Colla, entomologo che ha accompagnato e guidato Bas Princen attraverso la scoperta dei territori che circondano e abbracciano la nostra città. L’ospite racconta come nella sua visione il territorio naturale non sia svincolato dalla città: essa è strettamente legata al territorio in cui si inserisce, così come le varie culture e i vari popoli, figli di una madre che ne condiziona la crescita e lo sviluppo permettendo alcune attività piuttosto che altre, determinando il modo di vivere e abitare. Nell’avvicinare Bas Princen al nostro territorio l’entomologo triestino ha cercato di legare gli aspetti del paesaggio naturale che ritroviamo anche nel paesaggio urbano e architettonico: quello che risulta più evidente è la varietà che li accomuna. Anche nel paesaggio naturale troviamo un’enorme quantità di realtà diverse che appartengono a mondi geograficamente differenti concentrati in un territorio piccolissimo. Ammiriamo realtà selvagge che convivono con paesaggi più o meno modificati dall’uomo e che sono il frutto di un’interazione uomo/ambiente durata secoli: è questo che ha permesso che quelle modificazioni effettuate diventassero talmente radicate e antiche da diventare naturali loro stesse (pensiamo ai campi, ai prati, ai pascoli, alla landa falciata).

Alessandro Zanmarchi riprende palla a questo punto, firmando l’azione conclusiva e riallacciandosi al discorso del compagno di squadra Andrea Colla e più precisamente all’interazione tra natura e cultura. Il contesto produce la cultura, vivendo in un paesaggio ne vengo influenzato e poi io influenzo il paesaggio. E’ questo l’aspetto su cui dovremmo concentrarci, secondo l’avvocato e professore triestino: riflettere sul nostro ruolo significa quindi anche pensare ai segni della contemporaneità. A Trieste forse manca la capacità di pensare ai segni del nostro passato, di recuperarli e di comprenderli per produrre del paesaggio presente e del paesaggio futuro. Dobbiamo capire, continua Zanmarchi, che il patrimonio archeologico di oggi non è altro che l’architettura di ieri e noi dobbiamo cercare di comprenderlo e di circondarlo di segni altrettanto dignitosi del nostro presente. Questa è la sfida da cogliere per la nostra città.

La partita finisce 0-0 ma piena di spunti interessanti e azioni cariche di emozioni. Seguono i ringraziamenti e i saluti finali.

Una sfida tutta per gli architetti! E forse anche per qualcun altro…

Elisa Cacaci, Anna Savron

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