Conservare il futuro

“Quello di cui abbiamo bisogno maggiormente è un’etica e un’estetica grazie alle quali l’uomo, praticando le qualità della prudenza e della moderazione, possa effettivamente lasciare ai posteri una buona terra.”

Carl Sauer, Geografo

Ieri mattina la fresca ironia di Benno Albrecht ha pervaso l’auditorium del Museo Revoltella coinvolgendo tutti i partecipanti come fosse una rimpatriata tra amici. Forte della sua esperienza di docente universitario, sfoggia una tecnica comunicativa non facile da attuare su un argomento così articolato e profondo: la definizione di una base intellettuale comune forte, per la sostenibilità. Oltre che professore Albrecht è anche un architetto, ma soprende la sua visione ampia del ruolo e del significato di tale denominazione. Uso il termine denominazione e non professione poiché durante la sua esposizione egli allarga i confini del significato della parola.
Il libro Conservare il Futuro si articola attraverso una lettura ampia delle più interessanti visioni, teorie, filosofie, storie di personaggi onorabili dell’Ottocento e pone in evidenza la presenza di un pensiero ricorrente, ma spesso inascoltato: la sostenibilità. Inascoltato per più di un secolo dalle culture dominanti che si sono susseguite fino ad oggi, forse perché l’unico modo per comprendere queste cose è saper vedere la potenza insita in questi concetti di trasformazione benefica del paesaggio.
Secondo Albrecht la figura dell’architetto dovrà essere capace di vedere per poter propugnare idee concrete e decisamente efficaci per contribuire a realizzare quella visione di William Morris che, in News from Nowhere del 1890, descrive la nuova Londra come un giardino ove niente viene sprecato. Non un giardino utopico, ma un giardino della mancanza di sprechi.
A conclusione di questo ragionamento Albrecht spiazza un po’ tutti proponendo come candidato al prossimo Pritzker Prize Yacouba Sawadogo, un agricoltore del Burkina Faso che è riuscito a impiantare una piccola foresta nel deserto. La World Bank si interessa al progetto e propone la realizzazione di una foresta lunga 5700 Km (dal Senegal all’Etiopia) per bloccare l’avanzata del deserto. Per Albrecht Sawadogo è un Architetto: un progettista che propone una soluzione sostenibile, per risolvere un problema di scala mondiale.

Un argomento così articolato stimola nella tavola rotonda molte riflessioni; Giovanni Vragnaz delinea come questo libro sia un’enorme esortazione etica per gli architetti, i quali si dovranno rendere conto della scala planetaria della questione, la quale può riconfigurare la figura dell’Architetto come quella di architetto-demiurgo. Visione condivisa solo parzialmente da Giulio Polita il quale pone all’interno del dibattito un lecito dubbio di pragmatismo evidenziando uno degli aspetti sottesi dalla sostenibilità: la questione del tempo. Quale meccanismo influenza maggiormente la società nell’affrontare la questione della sostenibilità? Il meccanismo del tempo breve oppure il meccanismo del tempo lungo?

La tavola rotonda finisce temporalmente ma continua dentro ogni partecipante, conferenziere e spettatore, una questione complessa non può essere eviscerata nel tempo breve della conferenza, necessita del tempo lungo della lettura del libro.

Francesco
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