Cecilia Morassi si ferma per un’intervista ma l'[Architrip!] prosegue

Prendendo iniziativa l’architetto Morassi introduce la mostra:

R: Diciamo che l’iniziativa è nata grazie a un concorso bandito dall’Ordine degli Architetti di Pordenone chiamato “Quaderni di viaggio”. Venivano selezionate e premiate tre proposte/itinerari architettonici. La borsa di studio comprendeva, oltre al viaggio, l’esposizione dei risultati presso la fondazione Ado Furlan, a Pordenone. L’itinerario seguito è tutto incentrato su alcune tra le più interessanti opere di Lacaton&Vassal, studio francese che ha fatto del low cost la base teorica (e retorica) del loro approccio. Ho viaggiato assieme a Lorenzo Pentassuglia, che con me si è occupato anche del blog. Per l’esposizione a Pordenone, della quale ho curato i contenuti, devo un grosso aiuto a Michela Spangher per la parte dell’installazione. Per quest’occasione triestina, avvisati in maniera un po’ tempestiva, abbiamo organizzato il tutto assieme allo studio tre7 (dove otre a Michela e a me si aggiunge Giulia Favi), l’associazione culturale zero40 (ancora Lorenzo Pentassuglia, poi Andrea Cester, che si è occupato dell’immagine coordinata, Eugenia Gotti e Alessandro Tosatto), Elena Cristofari e Federica Raffin. Pablo Apiolazza (apz media) ha realizzato un bellissimo video, nel quale, inesorabilmente, continuiamo a prenderci poco sul serio.

D: Il tema del tuo viaggio è stato seguire le orme di Lacaton&Vassal:  per quale motivo questa scelta? Sono state figure che hanno avuto un ruolo nella tua formazione accademica o nella carriera professionale?

R: No, essenzialmente per un fatto economico: cerco di mantere l’hobby di fare un dottorato. Scherzi a parte, la retorica del low cost è il tema che ho scelto per la mia ricerca, quindi direi che questi temi mi interessano eccome. Quando ho presentato la mia proposta per il concorso avevo ancora una vaga idea della strada che la ricerca avrebbe dovuto prendere: ho quindi scelto un caso studio del quale, visto il tema, si sarebbe sicuramente dovuto parlare.

D: Parli di “retorica” del low cost, in che senso?

R: Ci sono tanti temi e termini attuali, quali green- bio- eco-sostenibile e ,perché no, anche low cost, che sono così abusati da aver perso qualsiasi tipo di significato. Low cost (come bio-eco-green e così via) non è una maniera di progettare, ma poco importa. Diventa invece una modo per farsi passare i progetti, per venderli: una buona retorica per continuare a progettare.

D: Soffermandoci un attimo su Lacaton&Vassal e facendo riferimento in particolare al caso della Place Leon Aucoc a Bodeaux, il progetto è stato scegliere di non intervenire perché “era già bella grazie alla sua autenticità” (cit.). Tu hai affermato che anche la retorica dell’astinenza ha le sue strategie. Parliamo quindi non tanto di progetto di architettura della piazza ma, piuttosto, di progetto di immagine della piazza?

R: In quel progetto loro hanno deciso di non intervenire, ma d’altra parte costruiscono un’immagine della piazza sì vera, ma parziale: uno spazio triangolare, fotografato sempre in autunno, solo e sempre due lati, dove tutta l’attenzione si concentra sulla sobria architettura degli edifici al fondo. Quando si arriva sul posto, a vedere il progetto che non c’è, ecco che si esplicita in maniera chiara l’unica mossa (vincente) del progetto stesso. L’immagine sapientemente costruita, attraverso foto e testi, della piazza Léon Aucoc è una volontaria aberrazione, un accurato ritaglio di una realtà diversa, della quale si è deciso di non mostrare il lato b, perché non si sposava appieno con quell’idea di spazio sobrio e tranquillo che gli architetti ci hanno voluto mostrare. Non è una critica la mia (anzi, lo trovo estremamente interessante), però è evidente che il progetto risiede interamente nella strategia di comunicazione, nel presentare una parte della piazza e nasconderne un’altra. Questa piazza è l’emblema di quello che questa mostra vuole esprimere sia dal punto di vista dei contuenuti – la retorica del low cost è palese -, che dal punto di vista della presentazione degli stessi – ad una presentazione più o meno rigorosa delle strategie progettuali, si affianca un racconto più agile, che descrive le opere così come in quel momento si sono viste, riportanto in maniera fresca ciò che è cambiato, quello che non si sapeva già, quando il progetto ha funzionato e quando invece no…

D: Parlando della scuola di architettura di Nantes…

R: La trovo meravigliosa.

D: …per questo progetto sono stati pensati spazi “indeterminati”, in cui non si vuole avere un controllo dei risultati, ma per i quali ci sono previsioni di autocostruzione e appropriazione dello spazio. Attraverso la vostra esperienza, è stata attivata questa colonizzazione?

R: Fornire, a parità di budget, spazi aggiuntivi dal programma flessibile, in proporzioni anche considerevoli rispetto alla metratura richiesta per l’intervento è una strategia che Lacaton&Vassall applicano in svariati progetti. L’aggiunta di spazio è, per loro, sempre un valore. Posizione condivisibile se parliamo di residenza privata (Latapie) o sociale (Mulhouse), meno per se l’oggetto sono edifici pubblici. Tanto spazio può rivelarsi troppo spazio, quindi spazio non utlilizzato. La scuola di architettura di Nantes, forse per la peculiarità del programma, mi contraddice. Nel progetto si sceglie di aumentare il sovraccarico dei solai richiesti, da 400 a 1000 kg/mq,a fronte di un aumento dei costi nell’ordine del 5-10%; la costruzione di questa super-struttura, in cemento prefabbricato, permette sì di appoggiare sopra il programma richiesto (una struttura leggera in acciaio), ma lascia altrettanto spazio libero, potenzialente colonizzabile dagli studenti della facoltà. Una rampa porta da terra alla terrazza sul tetto, uno spazio pubblico a disposizione della città. Per quel che abbiamo visto, gli interni funzionano benissimo, è difficile riconoscere quali siano gli spazi regolati e quali quelli colonizzati e autogestiti dagli studenti. Si sono organizzate zone pranzo e relax, i banchi sono fuori dalle aule, sia negli spazi extra interni, che in quelli esterni coperti; al primo piano la generosità degli spazi e delle altezze permette la sperimentazione su modelli in scala 1:1 e l’allestimento di esposizioni autogestite dagli studenti. La terrazza sul tetto ospita il banana-ball, un’installazione-gioco parte di più ampio programma della manifestazione Le Voyage a Nantes sparso per tutta la città: è forse questo l’anello debole del progetto. Oserei direi che il rapporto con la città non ha funzionato alla perfezione (forse anche perché abbiamo visitato l’edificio accompagnati da una fastidiosa e triste pioggerellina). In ogni caso, sebbene all’inizio fossi molto scettica, avrei voluto studiare in degli spazi così!

D: Avete parlato di questa mostra come una ma non l’ultima “tappa”. Intendete di un viaggio, dell’itinerario e racconto del viaggio? Potete anticiparci qualcosa?

R: Come la mostra di Pordenone ci ha portato a Trieste (e qui ringraziamo, davvero, l’ordine per la bellissima occasione), speriamo che Trieste ci porti da qualche altra parte. Aspettiamo e vediamo!

D: Il viaggio, come giustamente hai espresso nei quaderni di viaggio, parte da un bagaglio iniziale di conoscenza, ma è una scoperta ed forse anche uno strumento di formazione. Anche l’esperienza della mostra vi ha permesso una vostra crescita personale o culturale?

R: Dovendo riscrivere e ripresentare il contenuto ovviamente continui ad informarti, quindi direi di sì. Poi si è imparato ad allestire una mostra, a gestire un budget (e a trovare i soldi prima), prendere le decisioni in dieci, ma in maniera serrata, cercare di dividersi i compiti, di trovare i metodi migliori per lavori pratici come montare le 300 scatole di questa installazione…non si smette mai di imparare! La cosa buona è quando lo fai con persone che, oltre ad essere dei validi architetti (o futuri architetti), sono, prima di tutto degli ottimi amici!

D:Domanda che non poteva mancare: low cost è retorica anche dell’allestimento?

R: Ovviamente sì! Anzi, abbiamo voluto esplicitare il titolo. Abbandonati i finti moralismi e pseudo pratiche politically correct del tipo “ci siamo tenuti i sacchetti della verduraia” per l’installazione a Pordenone o “siamo andati a raccogliere i cartoni per strada” per Trieste…ce li siamo comprati! Molto semplicemente: avevamo un budget risicato, ma ragionevole. Volevamo realizzare il progetto come ci pareva. E così abbiamo fatto. Fuffa? No, retorica del low cost!

Elisa Zammattio
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