Currert practises…a Trieste. Intervista all’architetto Dimitri Waltritsch

waltritschA seguito della conferenza di sabato 1 dicembre 2012, l’architetto Waltritsch si è reso disponibile per confrontare direttamente le esperienze descritte con il caso triestino.

D: A proposito degli edifici storici, o comunque del patrimonio immobiliare esistente, in particolare per quanto riguarda quello triestino, lei condivide l’affermazione  secondo cui la sopraintendenza, in alcuni casi, impone limitazioni eccessivamente restrittive?In alcuni casi il demolire e ricostruire non può essere una sensata alternativa?

R: Voglia di sorprendersi, rispetto per il futuro e capacità di sbagliare. Al di là del rapporto con la Sopraintendenza, queste dovrebbero essere le parole chiave da seguire. Questa città ha perso la capacità di sorprendersi, deve re-imparare ad avere rispetto per il futuro ed essere anche capace si sbagliare. Questa città ha perso la voglia di girare per strada e di trovare dei cambiamenti, di sorprendersi con situazioni nuove. Prendiamo il caso del ponte sul Canal Grande in Borgo Teresiano, ora finalmente posato: esperti di tutti i gradi, titolati oppure della domenica si sono riempiti la bocca di Maria Teresa, del com’era e di false nozioni specialistiche, ignorando non solo una lettura oggettiva dei fatti storici, ma soprattutto precludendo una lettura interpretativa legata a dinamiche di sviluppo: senza volontà di cambiamento e crescita, piazza Unità sarebbe ancora un alquanto modesto mandracchio e il Canal grande una salina. Staremmo meglio? Saremmo più felici? Più orgogliosi? Non credo. E poi non bisogna aver paura di sbagliare. Se non proviamo, non faremo errori, ma non progrediremo mai. Amsterdam, la tanto decantata Amburgo, Mosca, Barcellona, ma anche, come abbiamo visto sabato le nostre dirette vicine (a competitors) Ljubljana, Rjeka e Mestre, hanno investito proprio dove la città era degradata, non dove le cose camminano da sole. Anni fa insieme ad alcuni amici dell’associazione Trieste Idea abbiamo tentato attraverso lo strumento del sondaggio di tracciare un quadro della qualità urbana a Trieste. Roberto Weber del Swg che ci aiutò nell’operazione, nelle sue conclusioni lesse i risultati in questo modo: “Trieste non è un gran bel mondo per gli architetti. Tutto infatti è già accaduto, la città asburgica è splendidamente sopravissuta all’involucro politico, economico, istituzionale e amministrativo che contribuì a fondarla”. Prima di cambiare Trieste bisognerebbe cambiare i triestini, forse ricordando in primo luogo che Il consolidato di oggi, non è stato indolore ieri. Personalmente ho sempre trovato bizzarro che una città come Trieste, che quando è diventata città vera, era un fenomeno urbano paragonabile, anche se in un’altra epoca, alle instant city cinesi di oggi, tant’è che al posto di una salina è nata una scacchiera urbana (pensiamo oggi quale a processo di valutazione ambientale tale crescita sarebbe sottoposta), al posto di un abbastanza modesto mandracchio è nata una delle piazze più coraggiose oltre che più belle del mediterraneo, pensiamo che poi molti moltissimi degli edifici del borgo teresiano sono stati rialzati di uno o due piani, e che oggi questo tipo di operazione non è possibile neanche quando consentirebbe un’evidente riequilibrio urbanistico o semplicemente un riallineamento delle linee di gronda. Poi vediamo altre realtà urbane dove la città storica vive e non si ferma su se stessa, ma si sviluppa, si adegua, cresce, sempre sotto una rigorosa operazione di controllo qualitativo o commissioni di supervisione, che però non necessariamente deve avere derive storiciste o nostalgiche.

D: Uno spazio con il potenziale del polo museale M9 a Trieste potrebbe avere una certo successo? Mi vengono in mente diversi siti museali in zona Ippodromo. Un intervento del genere potrebbe riattivare questa parte di città?

R: Come premesso da Guerzoni, il rapporto museale tra Venezia e Mestre è di 90 a 0, mentre il rapporto della popolazione è di 2,5 a 1. Mestre si trova inoltre al centro di un area vasta, con un potenziale che supera la popolazione dell’intera regione FVG. A Trieste credo sarebbe più sensato dare una sana scrollata alle strutture già esistenti, creandone una nuova dovremmo in ogni caso continuare a gestire, e a mantenere, quelle esistenti. Anche tenuto conto delle mutate condizioni economiche, credo che il tempo della splendida autonomia volga ormai al termine. Perché non si instaurano rapporti di collaborazione con strutture che funzionano, magari di Torino, Milano o Venezia (e Mestre), ma anche Vienna, Ljubljana e altre? Credo che molte strutture da queste città vedrebbero di buon occhio la possibilità di avere una vetrina a Trieste, potrebbero fornire dei più che qualitativi show, magari in seconda visione, e periodicamente programmare eventi specifici dedicati alla struttura triestina. I vantaggi sarebbero sia di natura qualitativa, che di esposizione mediatica e prestigio.

D: E’ stato affermato che per un futuro di riattivazione della città di Rijeka è necessario puntare sulla re-industrializzazione. Confrontando questa situazione con quella triestina si riconoscono diversi elementi di similitudine. Secondo lei quale potrebbe essere un sistema per la rinascita della città? Se si prevede re-industrializzazione, questo richiederà dinamiche a lungo termine, le esperienze progettuali dei prossimi anni si limiteranno interventi “con il bisturi” per non far peggiorare la situazione attuale?

R: Non credo sia stata un’affermazione quanto una constatazione. All’inizio degli anni ’90, molti studiosi parlavano del passaggio imminente dalle città al nuovo villaggio tecnologico, dove tutti o molti avremmo felicemente coniugato una vita nella natura con le possibilità offerte dalla tecnologia. A 20 anni di distanza le città sono cresciute, la campagna si è svuotata ancor di più, e la percentuale di ricchezza prodotta dai centri urbani, anche in percentuale, è cresciuta di molto. Questi giganti urbani, vista anche la velocissima crescita della popolazione, necessitano di materie prime, e di conseguenza di industri che le trasformino e di infrastrutture che le trasportino. E’ chiaro che sia per Trieste che per Rijeka, avere i porti è quindi in questo momento un asset notevole, perché potenzialmente c’è grande richiesta di porti. A me verrebbe da dire che a rigor di logica, vista anche la scala sicuramente globale dentro alla quale i porti si devono confrontare oggi, si debba paralare di alleanze necessarie. In tal senso so che con l’associazione Napa che riunisce i porti di Rijeka, Koper, Trieste, Venezia e Ravenna, alcuni passi in avanti sono stati fatti, ma è chiaro che le dinamiche dell’economia mondiale richiedono un’agilità decisionale che temo non possediamo. Poi Trieste ha altre risorse, che semplicemente sono quasi totalmente inespresse, e mi riferisco al mondo della ricerca. Riusciremo anche qui a passare finalmente dalle dichiarazioni di orgoglio cittadino ad azioni concrete per far rimanere qui i ricercatori, e di conseguenza attirare capitali e investitori da fuori per far fruttare questo bene raro che ci ritroviamo? Ci sarà la possibilità di trovare un capannone in zona Ezit, Porto Vecchio o in Carso, la possibilità per ricercatori geniali e imprenditori coraggiosi di insediarsi a Trieste con le famiglie, e quindi di investire e di spendere in questa città? C’è da ricordare che in futuro prossimo saranno le città piuttosto che le regioni ad essere le destinatarie di fondi e stimoli economici a livello europeo, visto che i poli urbani sono ormai sia i luoghi dove risiede molto più della metà degli abitanti, e dove viene prodotto ¾ del pil. Questo vuol dire che si dovranno sviluppare alternativamente alleanze (vedi quanto detto prima sul porto) o competizione tra città, anche con quelle vicine. Può essere questa della ricerca che esce dall’ambito puramente scientifico la nostra arma competitiva contro le altre città?

D: L’esempio di pianificazione dell’esperienza di Ljubljana trova il mio fascino e ammirazione, sia per i risultati ottenuti quanto per aver resituito alla città alcuni spazi/luoghi. Guardando questa esperienza con un po’ di rammarico e sconforto nel pensare di poterla ripresentare in momento di crisi come questo, secondo lei, cercando delle alternative, interventi di riformulazione e riorganizzazione temporanea di spazi abbandonati o non utilizzati potrebbero essere una valida alternativa? Per farle un esempio di utilizzo le cito i locali commerciali sfitti usati come temporary shop/laboratory.

R: Parlando di crisi economica, diciamo subito che non è un brutto quarto d’ora. La presente crisi, ormai ne abbiamo tutti la consapevolezza, richiede trasformazioni radicali, ovviamente anche nella gestione delle risorse delle città. Sappiamo che i patti di stabilità ci obbligano a non indebitarci, ma che contestualmente bloccano anche tutta una serie di processi attraverso i quali le amministrazioni, semplificando un po’, possiamo dire che generavano lavoro sul territorio. Ljubljana ha certamente goduto di condizioni congiunturali particolarmente favorevoli: una nuova capitale, una trend economico positivo, un rapporto tra grande città e resto del paese praticamente a senso unico etc. Ha anche avuto degli amministratori coraggiosi che per dribblare le paludi burocratiche hanno spesso battuto i pugni sul tavolo, assumendosi anche dei rischi. Ricordo inoltre che Janez Koželj oltre che vicesindaco e assessore all’urbanistica e all’ambiente, è anche mestni arhitekt, cioè architetto della città. Una figura che è esistita e continua ad esistere in molte realtà del nord Europa, e che garantisce qualità e rapidità decisionale per molti processi di rinnovamento urbano. Gli eventi spot o occupazioni temporanee possono fare molto bene a una strada o anche ad un’area, e sicuramente contribuiscono a tenere alta la sogli di attenzione al rinnovamento. Ma a Trieste servono non solo uomini e donne quindi, ma anche strutture e infrastrutture, possibili se le si vuole veramente. E di una große koalition cittadina che unisca tutte le forze per la rigenerazione di Trieste.

Ringraziando l’architetto speriamo che gli altri conferenzieri vogliano continuare questa discussione.

Trieste, 05.12.2012. Intervista a cura di Elisa Zammattio
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