Tavola rotonda virtuale 2/3

Fotografia di: ©davidemariapalusa ©micheleradoslovich

Seconda parte della tavola rotonda virtuale, continuazione di quella del primo dicembre.
Intervista a Giulio Polita:

D: Durante il dibattito ad un certo punto sottolinei il fatto che l’immagine dell’uomo-pesce, potrebbe non essere un deterrente, ma una prospettiva possibile; intendevi dire che una mutazione, una modificazione dell’ambiente (nel senso ampio del termine) potrebbe portare a riconsiderare alcuni aspetti negativi come risorse o semplicemente come un nuovo stato da accettare acriticamente?
P: Durante il dibattito ho voluto sottolineare l’importanza di guardare dietro le immagini, per liberarne la molteplicità di contenuti reconditi, nascosti, talvolta indipendenti dalle intenzioni stesse degli autori, di guardarle quindi criticamente, recuperandone insomma tutte le risorse produttive.
E’ evidente che il discorso non si limita alla responsabilità di chi guarda: una buona immagine è quella che mette la nostra capacità di analisi, il saper vedere di cui parla Benno, non tanto nella condizione di operare uno smontaggio dei dispositivi rettorici che la sostengono, ma che offre all’osservatore un patrimonio di contraddizioni irrisolte che aprano a prospettive altre da quelle che oggi riteniene possibili.
Che cosa accadrebbe allora se nell’immagine di cui parliamo mettessimo tra parentesi l’istanza intimidatatoria che fa leva sul terrore per la perdita di identità?
La mutazione è già in atto e dobbiamo esserne consapevoli, se vogliamo orientarla verso orizzonti non di mera sopravvivenza, ma di miglioramento delle condizioni oggetive di vita.

D: Ritornando sulla questione della mercificazione di ogni aspetto umano intuita dai pensatori romantici e considerando che l’architettura è obbligata a fare i conti col tempo breve del mercato, trattando essa di uno degli aspetti più importanti del vivere, lo spazio, l’architettura può realmente affrancarsi dal mercato ed intraprendere una strada di sostenibilità concreta?
P: Molti aspetti della sostenibilità evadono le possibilità operative dell’architettura, ma lo spazio è davvero una risorsa indispensabile alla vita. Non può quindi stupire che sia sempre stato oggetto precipuo dell’attenzione del sistema dominante: organizzarlo, codificarlo, territorializzarlo, è condizione prima al controllo degli equilibri.
Il progetto contemporaneo assume lo spazio esistente e lo rigenera come merce; esiste tuttavia la possibilità per l’architettura di produrre scenari inattesi, capaci di veicolare paradigmi dagli esiti imprevedibili, di proiettarli nel futuro per verificarne le reali conseguenze.
Ciò che è già stato detto per le immagini vale a maggior ragione per l’architettura, la cui pervasività negli stili di vita è certamente maggiore.

D: E in che modo il meccanismo del tempo breve e quello del tempo lungo possono incontrarsi in maniera fertile a favore di una strategia efficace per la sostenibilità in architettura?
P: La temporalità è dimensione prima e fondante nella definizione dello spazio architettonico. L’esito di molti conflitti è stato deciso dall’azione, rapida e locale, di un’avanguardia evanescente davanti ad un fronte compattamente organizzato, ma per restituire attualità a questo dato storico è necessaria una strategia di lungo periodo per il superamento del ricatto reciproco su cui si fonda la colonizzazione dell’immaginario.

Vai all’intervista di Giovanni Vragnaz
Vai all’intervista di Benno Albrecht

Francesco Iuretig
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