Tavola rotonda virtuale 3/3

Fotografia  concessa da: www.architetturadipietra.it

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Terzo ed ultimo contributo dei protagonisti della tavola rotonda sul tema “Conservare il futuro”, l’intervista a Giovanni Vragnaz.

D: Nel dibattito lei ha sottolineato come la scala del problema “sostenibilità” sia planetaria ed ha posto l’interrogativo di fondo “Chi decide cosa”? In pratica chi si farà carico di affrontare la questione? È un problema corporativo e dipende cioè solo dagli architetti? È compito della politica? Lei cosa risponde a
questi suoi interrogativi?
V: E’ difficile dare una risposta che abbia anche una qualche operatività e non sia infinitamente presuntuosa. La dimensione ed urgenza dei problemi che siamo chiamati ad affrontare pare mettere in discussione le forme stesse della formazione del consenso su cui si sono fondate le nostre democrazie occidentali, reclamando poteri centrali che al contempo temiamo.
Il tema generale della sostenibilità ambientale che coincide con l’interrogativo sulle forme dello sviluppo economico e sociale dell’intero pianeta , e quindi con la questione generale della giustizia e ridistribuzione delle risorse, è senz’altro inerente anche all’architettura , nella sua nozione allargata ( morrisiana, moderna, che Albrecht assume come presupposto), ma pare non essere questione di architetti. Lo sarà solo in quanto questi saranno – prima, ed innanzitutto, cittadini del mondo e soggetti politici. In volume di cui parliamo mi pare infatti che , sotto l’ottimismo ( della volontà) che conosco nel suo autore, sembra raccontarci come il nostro mestiere abbia ancora un senso solo se fondato su quell’etica della responsabilità che si esprime come consapevolezza civile.
Credo che nella storia della nostra disciplina tutto ciò conduca ad un nuova necessaria riflessione sulla sua dimensione politica e con questo sul suo ruolo nei rapporti di produzione. Discorsi che sembravano usciti dalla porta che rientrano ora e prepotentemente dalla finestra, facendo sì che si calmino le illusioni di nuovi ruoli demiurgici della disciplina, che ogni tanto sembrano riapparire.

D: Il libro di Albrecht può candidarsi ad essere punto di riferimento, base teorico/filosofica per un’operare consapevole all’interno della professione di architetto? quale altro testo suggerirebbe per la questione sostenbilità?
V: Il libro di Albrecht è molto utile perchè può dare fondamento, respiro e dignità ad un dibattito ( se si può chiamare tale) altrimenti appiattito sul presente, dove frequentemente si affrontano illusioni neotecnocratiche contro nostalgie naturalitistiche solo regressive. O, peggio, solo questioni di risparmio energetico, dove hanno la meglio impiantisti , idraulici e fisici tecnici.
Il libro riordina un confronto che ha avuto origine con la rivoluzione industriale stessa e illustra anche i vicoli ciechi ed i fallimenti di coloro che erano critici verso le sue conseguenze, e anche in questo è utile.
Non me la sento qui di suggerire altri testi : si tratta della formazione , spesso molto privata, di una scelta di campo, di sensibilità verso la natura , l’ambiente, la sua storia, gli altri. E’ evidente che sono fondamentali Ovidio quanto i Vangeli, Carlo Marx ed un trattato di biologia.

D: È secondo lei possibile vedere un giorno i grandi nomi dell’architettura e dell’urbanistica attorno ad un tavolo per discutere di strategie e programmi condivisi per la sostenibilità in architettura (una sorta di CIAM) oppure oramai quel genere di cose appartiene all’epoca delle ideologie?
V: Premesso che non credo alla fine delle ideologie, non credo nell’utilità oggi di tali forme di organizzazione. Forse gli architetti farebbero bene a discutere fra loro delle conseguenze della questione ambientale , che sono molto profonde, sulla propria disciplina. E’ impressionante infatti come la cosiddetta crisi della teoria- che è indubbia- trovi modo di manifestarsi proprio sulle questioni più rilevanti, come questa.
Io credo che a partire da una riflessione radicale sul significato del nostro lavoro, quale ci viene richiesta, si possa poi dare un contributo attraverso il progetto anche ad altre pratiche – come il confronto politico.

D: Polita sottolineava come il mestiere dell’architetto è legato a doppio filo col mercato e questo gioca forse a sfavore nell’affrontare questo genere di problemi, lei cosa pensa a riguardo?
V: Non voglio banalizzare l’obbiezione, che è molto profonda e che va tenuta presente quotidianamente: per affrontarla. Sappiamo per certo che individualmente non la supereremo. Sappiamo anche che il nostro è un lavoro, con particolari responsabilità, ma che resta entro le regole del lavoro dentro la società capitalistica. Che però non è il migliore dei mondi possibili :“ un’architettura degna dell’uomo – sciveva Adorno nel 1965 -deve avere degli uomini e della società una opinione migliore di quella corrispondente al loro stato reale” . Agire in questo spazio senza illusioni affinchè “le cose non perdano tutto il Ioro significato”, resta un dovere.

Vai all’intervista di Benno Albrecth
Vai all’intervista di Giulio Polita

Francesco Iuretig
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