#Save the Date – Studi Aperti – Metroarea Associati e ST.AR.Associati

Oggi, venerdì 25 gennaio, alle 18.00 doppio appuntamento presso gli atelier aperti:

lo studio METROAREA ASSOCIATI vi aspetta in via Cadorna 21a, trieste alle 18.00 organizzando un evento multimediale video e djset per presentare la propria produzione progettuale più recente, mentre lo studio STARASSOCIATI vi dà appuntamento in via Della Valle 2, trieste sempre alle 18.00 presentando, attraverso i propri progetti, la concezione del mestiere come “servizio per la buona architettura”.

Nel frattempo godetevi le interviste:

Martin Hlavacek per STARASSOCIATI

Elisa: Tra i molteplici  progetti che avete sviluppato e realizzato, in particolare nel contesto triestino, vi sono molte opere di recupero o ristrutturazione, ricordo i casi del Teatro Miela, del Museo Revoltella e del Castelletto. Quanto sono stati importanti questi interventi all’interno dell’attività del vostro studio?
Martin: Non per caso si tratta di complessi edilizi storici che sono stati trasformati ed adattati alle nuove esigenze della popolazione sopravvenute per modi diversi di vedere e vivere gli spazi costruiti. Tutti e tre i edifici citati non avevano un futuro nella configurazione nella quale si trovavano quando ci venne dato l’incarico e un restauro filologico sarebbe stato come imbalsamarli. Un cambiamento non radicale ma misurato dev’esserci per far rivivere un edificio storico di un certo peso. L’importanza di queste esperienze si riflette nel modo come affrontiamo l’inserimento di un intervento in un contesto preesistente, e quale contesto non lo è, nel rispetto del luogo, delle sue caratteristiche, qualità e storia. Si potrebbe dire che per noi non esiste luogo utopico dove si può costruire come sulla Luna, ma che sempre c’è una storia, una finzione che va raccontata, riscritta, proiettata nel futuro. La nostra architettura diventa “letteraria”, epica, perché ha come centro la vita delle persone.

E: Ho trovato interessante che il progetto che avete ripresentato in occasione di Piazza dell’Architettura – la struttura per COOP Operaie in via d’Alviano (TS) – sia nato come progetto di una struttura temporanea, ma è rimasto dopo più di dieci anni. Prevedete uno sviluppo per questo intervento?
M: Ovviamente sì; ed anche per la tipologia dell’intervento, nel quale pubblico e privato si sono dati una mano per risolvere dei problemi comuni e cercare assieme soluzioni migliori per le esigenze della popolazione. Abbiamo ri-proposto la quinta architettonica a paravento di un parcheggio– o meglio proposto il suo completamento -proprio per questa ragione: è un esempio piccolo, poco costoso e di grande effetto; l’economia dei mezzi potrebbe fare scuola.

E: Sostenibilità e riuso sono termini molto inflazionati, rischiano di perdere di significato: la sua definizione di sostenibilità.
M: Un edificio non dovrebbe essere misurato secondo la velocità con la quale si ammortizzano i soldi spesi per costruirlo, ma secondo la durata del periodo nel quale rende. Un esempio: Ci saranno voluti alcuni decenni per rientrare con la spesa per la costruzione del Pantheon a Roma, ma ancora oggi rende e guarda caso: non ha isolamento termico, ha una finestra senza serramento e si sta da Dio lo stesso.

E: Questa edizione di Piazza dell’architettura è differente dalla prima, cosa si sente di suggerire per la prossima edizione?
M: Al di là della polemica: è difficile promuovere l’architettura in un periodo di grossissime difficoltà di spesa, sia pubblica, sia privata. Forse è il momento di interrogarci da professionisti quale ruolo vogliamo e quale ruolo possa avere l’architettura in una società più povera. E’ difficile inquadrare l’architettura in una società nella quale è sempre stata trattata come sottospecie della storia d’arte, omettendo l’architettura del XX secolo dai canoni scolastici. Il cittadino ha un’opinione su Picasso ma non sa chi è Le Corbusier. Ultimamente si è tentato di colmare questo distacco tramite la progettazione partecipata e ovviamente ci vuole del tempo per poter valutare i risultati.
www.starassociati.com

Tazio di Pretoro e Giulio Paladini per Metroarea

Gianluca: Leggendo i vostri curricula si notano dei percorsi formativi estremamente eterogenei, non solo a livello accademico ma anche in quello professionale. Come si coniugano gli input di un Foster con l’esperienza in uno studio come quello di OMA?
Tazio: Per essere un buon progettista non bisogna mai smettere di imparare e gurdarsi intorno, quindi esperienze con maestri della progettazione o collaborazioni con le università sono occasioni rare e imperdibili. Nel nostro caso specifico sono servite a formare competenze diverse che sono fondamentali in uno studio associato.

G:C’è stata una stagione florida in questa città in cui l’architettura moderna è riuscita a manifestarsi in modo talvolta esemplare (e sicuramente andrebbero rivalutati molti dei primi lavori di Celli-Tognon o di Boico), stiamo però parlando di interventi di quaranta-cinquanta anni fa. Negli ultimi anni abbiamo visto qualche riqualificazione urbana malriuscita o imbarazzanti edifici ancora post-modern, denunciando una certa difficoltà di affermazione dell’architettura contemporanea a Trieste. Il problema è di tipo culturale? Questa città potrebbe accettare progetti come Urban Hills o il Campus di Isola?
T: Credo onestamente che il motivo sia sostanzialmente economico piuttosto che culturale. In ogni caso l’immagine urbana è lo specchio della società che la realizza e viceversa: Trieste non appare come una città in crescita o proiettata verso il futuro, perché non lo è.

G: Sostenibilità e riuso sono termini molto inflazionati, rischiano di perdere di significato: proponete una vostra definizione di sostenibilità.
T: La sostenibilità in ambito progettuale è una tautologia. Più un progetto è sostenibile dal punto di vista sociale, ambientale o economico, più il progetto è riuscito. Un ‘progetto insostenibile’ è sostanzialmente irrealizzabile.

G: Questa edizione di Piazza dell’architettura è differente dalla prima, cosa vi sentite di suggerire per la prossima edizione?
T: Eliminerei completamente esposizioni, conferenze, simposi. Non ha senso scimmiottare la Biennale e le archi-star. Si chiama Piazza dell’architettura, forse dovremmo provare a riavvicinare gli architetti ai cittadini, magari facendo qualcosa di utile e che resti, non mettendoli dietro una cattedra.
Faccio un esempio: scegliere la proposta migliore e non convenzionale tra gli iscritti per un piccolo padiglione, una ristrutturazione o una piccola sistemazione in periferia. Si potrebbe trovare il modo di realizzarla, autofinanziandola in collaborazione con le autorità cittadine o costruendola noi direttamente. Ci divertiremmo un sacco!
www.metroarea.it

Elisa Zammattio e Gianluca Croce
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