#Save the Date – Studi Aperti – Studio Panizon

Oggi, 29 gennaio, alle ore 18 apre le porte alla città lo Studio Panizon (via dei Leo 6/A – www.panizon.it), occasione imperdibile per entrare in un luogo affascinante, carico di segni e significato: oltre a contenere molti oggetti e sculture prodotte dall’architetto fu, in precedenza, lo studio di Ugo Carà.
Autore di pezzi di design molto belli, come il porta ombrelli “Umbrella”, l’Architetto Giovanni Andrea Panizon ci illustra il suo pensiero in merito ai temi affrontati da Piazza dell’Architettura in questa intervista:

D: Negli allestimenti per l’Immaginario scientifico di Trieste e per il museo scientifico di Saltara semplicità delle macchine e degli allestimenti sono un ottimo esempio di sostenibilità in un ambito (gli allestimenti) solitamente al di fuori da questo dibattito. Crede che anche nella progettazione di allestimenti si presta attenzione alla sostenibilità?
P: Ritengo giuste e sensate le tue osservazioni: pensare alla sostenibilità nel campo degli allestimenti è effettivamente un compito difficile in quanto, questi, spesso devono rispondere a criteri quali la velocità di realizzazione e i costi contenuti, ponendo in secondo piano la durata nel tempo e il futuro impiego delle strutture una volta dismesse. Sia per l’Immaginario Scientifico che per il museo di Saltara (ma anche per il museo delle coltellerie di Maniago) il mio modo di lavorare mi ha inconsapevolmente portato a approfondire la ricerca della qualità estetica basata sul rispetto del materiale espositivo in quanto tale e quindi a sviluppare le caratteristiche di durevolezza nel tempo degli allestimenti. Ho lavorato su questi principi progettando oggetti semplici che, a mio avviso, incarnano il concetto di “bello” attribuendo all’intero allestimento una riconoscibilità estetica durevole nel tempo. In buona sostanza: gli allestimenti, più sono semplici e più sono belli e ciò li preserva dal concetto fin troppo contemporaneo di immediata obsolescenza.
Questo discorso vale anche nel campo del design. Gli oggetti di qualità non finiranno mai nella spazzatura perché col passare del tempo acquistano valore e si apprezzano ancora di più. È in questo senso possono essere considerati sostenibili.

D: La sostenibilità porta all’essenziale, a ridurre, sottrarre, come avviene in scultura, crede che questo processo obbligato porterà maggiore qualità nella produzione architettonica contemporanea e futura?
P: Cosa accadrà domani? Non lo so!
Ritengo che la progettazione sia una attività del tutto soggettiva e che quindi non si possa definire quale sia il suo effettivo sviluppo e percorso prescindendo da una condizione reale. Posso dire che la mia passione per la scultura mi porta spesso a progettare in due fasi: una di addizione/riempimento e l’altra di sottrazione/semplificazione. In pratica ho bisogno di aggiungere materia e complessità prima di poter eliminare il superfluo e raggiungere il giusto equilibrio. Penso che questa operazione mi permetta di migliorare costantemente la qualità dei miei lavori.

D: Sostenibilità e riuso sono termini molto inflazionati, rischiano di perdere di significato: la sua definizione di sostenibilità.
P: Uno dei concetti di sostenibilità, a mio avviso condivisibili, è legato soprattutto all’idea che soddisfacendo le nostre necessita non compromettiamo la capacità delle generazioni che verranno dopo di noi di soddisfare le loro. Un altro, è legato al concetto di equità: tutti devono poter avere accesso alla stessa qualità di vita.
Nel campo dell’architettura mi diverte molto mettere in pratica questi principi collaborando con maestranze locali e utilizzando, per quanto possibile, materiali del luogo o interpretando oggetti già esistenti fornendo loro nuova vita (esempi…..).

D: Questa edizione di Piazza dell’architettura è differente dalla prima, cosa si sente di suggerire per la prossima edizione?
P: Penso che sia interessante indagare il tema del recupero o della “bonifica” del paesaggio italiano deturpato in maniera indiscriminata dalla presenza di ecomostri o edilizia minuta abusiva realizzata senza alcun tipo di programmazione o progettazione unitaria.
L’ingente numero di tali costruzioni e la frequente impossibilità di ristabilire l’equilibrio preesistente pone un serio interrogativo sul modo di intervenire.

Francesco Iuretig
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