#Save the Date – Studi Aperti – Studio Torlo e Studio Bloccari

Oggi, giovedì 31 gennaio, doppio appuntamento con gli atelier aperti,
alle 15.00 lo studio STUDIO TORLO vi aspetta in via Silvio Pellico 1, Trieste con una piccola mostra attraverso gli spazi dello studio per presentare il progetto di riuso di un’area della città,
alle 18.00 lo STUDIO BLOCCARI (www.graziellabloccari.com) apre le porte in via del Monte 21, Trieste

Nel frattempo godetevi le interviste:

Architetto Enrico Torlo

D: Il tema della manifestazione di quest’anno l’ha spinta a partecipare a Studi Aperti,  presentando un progetto di recupero di un’area della città di Trieste di notevoli dimensioni, l’area Gaslini. Quali sono le problematiche maggiori nell’affrontare progetti di questo tipo e quali invece gli obiettivi a cui tendere in queste operazioni di riuso?
T: E’ da tempo che curo la riqualificazione di quella fetta di territorio, la proprietà, che è il braccio immobiliare di una Fondazione e confluisce per statuto tutte le rendite immobiliari nell’Ospedale Infantile GASLINI di Genova- con impegno economico notevole e con non poche difficoltà burocratiche – nel 2004 ha dato avvio alle prime progettazioni. L’esperienza, che porta il mio “STUDIO APERTO” è proprio quella del Recupero, della Ristrutturazione e Restauro, alle volte filologico,di un ex comprensorio industriale in fregio e parzialmente inserito in area portuale. L’area è vasta ma incastrata fra territori portuali come l’Arsenale Triestino San Marco e lo Scalo dei Legnami (dove tra l’altro da tempo è prevista la piattaforma logistica). La peculiarità è quella di trovarsi appena ai margini del centro città ma allo stesso tempo vicini alla Grande Viabilità e ad altre funzioni consolidate come il Centro Comm. de “Le Torri d’Europa” e godere di spazi sufficientemente ampi per il parcheggio e la distribuzione viaria interna, in un sistema di corpi di fabbrica che opportunamente adattati, ha dimostrato, seppur non ancora completato, di non soffocare l’esistente e di non “soffocarsi” in realizzazioni di volumetrie spinte. Anzi, vi è stato un rispetto di assi viari, di percorsi pedonali, di piccole aree a verde che hanno valorizzato anche sotto il profilo ambientale un’ esposizione molto luminosa ed una panoramicità verso il fronte mare.

Se questi sono stati gli obiettivi ed i risultati, le problematiche di tipo urbanistico da sciogliere in quel contesto erano la commistioni di attività già consolidate, il trasformare seppur per qualche anno dei lotti compartimentandoli ad aree di cantiere, effettuare bonifiche, conciliare il contorno con altre funzioni, completamente diverse (più industriali e portuali) lavorando fra confini delineati che però si sono via via aperti per far trasparire, non più la vecchia fabbrica ma la sua trasformazione (era nata come raffinazione di olii di semi) allineandosi alle esigenze tipologiche e funzionali attuali., aprendo più accessi e modificando la recintazione si poteva così aprire il comprensorio al tessuto urbano. Altro aspetto non trascurabile era ed è la presenza di reti infrastrutturali e viabilità di diverso tipo che in fregio all’area sono state abbastanza vincolanti.
D: Lavorare sull’esistente impone una conoscenza del manufatto architettonico e un’attenzione nelle scelte progettuali e nella gestione del cantiere alle quali non sempre gli architetti sono abituati. Questa sfida è ancor maggior quando si opera in contesti o edifici di rilevanza storica e culturale, caso frequente nel nostro territorio. Come far in modo che questi interventi siano di “qualità” sia dal punto di vista progettuale, di inserimento nel contesto che per l’aspetto tecnologico, impiantistico e della sostenibilità ambientale?
T: Direi in una parola sola, ripresa anche nel mio “fumetto”, che un modo per risolvere aspetti storici e culturali è quello di saper amare e riconoscere le fatiche degli altri, quelli che hanno lasciato un segno su quell’ambito iniziato alla fine dell’’800 e rinato in modo industriale dapprima negli anni trenta ma oserei dire velocemente risorto dopo i bombardamenti del giugno 1945 . Mi sono stati d’aiuto il rilievo, la progettazione passo passo cercando di comprendere materiali, mezzi e l’opera di allora; oltre che attuando proficua sinergia di coprogettazione assieme allo Studio di Ingegneria Cervesi. Il resto arriva con la pura direzione lavori che è il controllo delle opere in progress, che deve, nel segno di quell’innamoramento, farci appassionare. Il passo successivo, il gradino da superare invece è proprio quello dell’inserimento del nuovo, del più funzionale e tecnologico in una struttura datata ma nella quale, in interventi importanti come questo, deve assolutamente farci vedere e scoprire la messa a nudo di una “elasticità” che comunque in ogni struttura si può ritrovare.
D: Sostenibilità e riuso sono termini molto inflazionati, rischiano di perdere di significato: quale potrebbe essere una sua definizione di sostenibilità?
T: Sostenibilità. La vedo come un bilancio fra il dare ed avere; è una risoluzione economica delle problematiche costruttive e di risultato finale. E’ proprio il contesto del corpo di fabbrica che alle volte sembra limitante ma poi lavorandoci non lo è quasi mai. Il valore aggiunto dunque, almeno a mio avviso, è anche legato al recupero che è storia,che è fatica, che è valorizzazione di pianificazione e progettazione passata. E allora sostenibilità dovrebbe essere il giusto compromesso del recupero.
D: Questa seconda edizione di Piazza dell’Architettura è differente dalla prima per forma e contenuti, pensando ad una prossima edizione di Piazza dell’Architettura, quali sono le novità che vorrebbe fossero introdotte e quali tematiche le piacerebbe fossero affrontate?
T: In effetti, il tema del RIUSO è talmente vasto ed attuale, soprattutto nel nostro territorio, che si potrebbe parlare del RIUSO 2 e forse anche RIUSO 3. Ma volendo cambiare e far emergere una pianificazione territoriale più legata all’ambiente, si potrebbe concentrare l’attenzione sullo studio dei punti di sutura o apertura dell’edificato: l’esempio va al dialogo interessante che noi abbiamo la fortuna di sviluppare per la particolarità geomorfologica -ambientale del nostro territorio fra città e linea di costa, valore aggiunto del fronte mare costiero. Qui, per finire, confesso il mio amore per il mare e la subacquea e sono sicuro che l’architettura può creare binomi con biologia, aree sensibili, presenze archeologiche, relitti, nautica, arte marinaresca, cantieristica specializzata, archeologia, turismo e tanto tanto altro ancora.

Architetto Graziella Bloccari

D: Il progetto di architettura per lei cosa deve riassumere?
R: L’architettura è la sublimazione delle necessità della vita.
D: In uno degli incontri della prima parte di Piazza dell’Architettura si è riflettuto sul ruolo dell’architetto oggi e sul futuro di questa professione. Qual è il suo punto di vista a riguardo?
R: La “Città Generica” sta allentando tutte le strutture che in passato hanno favorito una coagulazione. Sia questo il nostro ruolo futuro? Cercare coagulazione!L’architetto deve essere colui che “integra” , che crea la sintesi tra il mondo sociale , simbolico, tecnico e fisico. Colui in grado di fare di tutte queste discipline, una sola. Credo che sia questa la strada per ritrovare il valore della professione.
D: Sostenibilità e riuso sono termini molto inflazionati, rischiano di perdere di significato: la sua definizione di sostenibilità.
R: Abbiamo già purtroppo compromesso la possibilità alla futura generazione di soddisfare le proprie esigenze e questo è avvenuto per aver appagato in modo squilibrato, le nostre. Per cui la “sostenibilità” è correre rapidamente ai ripari e capire che, ciascuno di noi può ed è in grado di fare qualcosa, anche se piccola e apparentemente inutile, per collaborare  alla garanzia di un futuro migliore. Non siamo più spettatori ma vittime e attori del problema.
D: Questa edizione di Piazza dell’Architettura è differente dalla prima, cosa si sente di suggerire per la prossima edizione?
R: La stagione! Meglio farla in primavera o in estate!

Anna Dordolin e Silvia Grion

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