#Save the Date – Studi Aperti – Studio Torlo e Studio Bloccari

Oggi, giovedì 31 gennaio, doppio appuntamento con gli atelier aperti,
alle 15.00 lo studio STUDIO TORLO vi aspetta in via Silvio Pellico 1, Trieste con una piccola mostra attraverso gli spazi dello studio per presentare il progetto di riuso di un’area della città,
alle 18.00 lo STUDIO BLOCCARI (www.graziellabloccari.com) apre le porte in via del Monte 21, Trieste

Nel frattempo godetevi le interviste:

Architetto Enrico Torlo

D: Il tema della manifestazione di quest’anno l’ha spinta a partecipare a Studi Aperti,  presentando un progetto di recupero di un’area della città di Trieste di notevoli dimensioni, l’area Gaslini. Quali sono le problematiche maggiori nell’affrontare progetti di questo tipo e quali invece gli obiettivi a cui tendere in queste operazioni di riuso?
T: E’ da tempo che curo la riqualificazione di quella fetta di territorio, la proprietà, che è il braccio immobiliare di una Fondazione e confluisce per statuto tutte le rendite immobiliari nell’Ospedale Infantile GASLINI di Genova- con impegno economico notevole e con non poche difficoltà burocratiche – nel 2004 ha dato avvio alle prime progettazioni. L’esperienza, che porta il mio “STUDIO APERTO” è proprio quella del Recupero, della Ristrutturazione e Restauro, alle volte filologico,di un ex comprensorio industriale in fregio e parzialmente inserito in area portuale. L’area è vasta ma incastrata fra territori portuali come l’Arsenale Triestino San Marco e lo Scalo dei Legnami (dove tra l’altro da tempo è prevista la piattaforma logistica). La peculiarità è quella di trovarsi appena ai margini del centro città ma allo stesso tempo vicini alla Grande Viabilità e ad altre funzioni consolidate come il Centro Comm. de “Le Torri d’Europa” e godere di spazi sufficientemente ampi per il parcheggio e la distribuzione viaria interna, in un sistema di corpi di fabbrica che opportunamente adattati, ha dimostrato, seppur non ancora completato, di non soffocare l’esistente e di non “soffocarsi” in realizzazioni di volumetrie spinte. Anzi, vi è stato un rispetto di assi viari, di percorsi pedonali, di piccole aree a verde che hanno valorizzato anche sotto il profilo ambientale un’ esposizione molto luminosa ed una panoramicità verso il fronte mare.

Se questi sono stati gli obiettivi ed i risultati, le problematiche di tipo urbanistico da sciogliere in quel contesto erano la commistioni di attività già consolidate, il trasformare seppur per qualche anno dei lotti compartimentandoli ad aree di cantiere, effettuare bonifiche, conciliare il contorno con altre funzioni, completamente diverse (più industriali e portuali) lavorando fra confini delineati che però si sono via via aperti per far trasparire, non più la vecchia fabbrica ma la sua trasformazione (era nata come raffinazione di olii di semi) allineandosi alle esigenze tipologiche e funzionali attuali., aprendo più accessi e modificando la recintazione si poteva così aprire il comprensorio al tessuto urbano. Altro aspetto non trascurabile era ed è la presenza di reti infrastrutturali e viabilità di diverso tipo che in fregio all’area sono state abbastanza vincolanti.
D: Lavorare sull’esistente impone una conoscenza del manufatto architettonico e un’attenzione nelle scelte progettuali e nella gestione del cantiere alle quali non sempre gli architetti sono abituati. Questa sfida è ancor maggior quando si opera in contesti o edifici di rilevanza storica e culturale, caso frequente nel nostro territorio. Come far in modo che questi interventi siano di “qualità” sia dal punto di vista progettuale, di inserimento nel contesto che per l’aspetto tecnologico, impiantistico e della sostenibilità ambientale?
T: Direi in una parola sola, ripresa anche nel mio “fumetto”, che un modo per risolvere aspetti storici e culturali è quello di saper amare e riconoscere le fatiche degli altri, quelli che hanno lasciato un segno su quell’ambito iniziato alla fine dell’’800 e rinato in modo industriale dapprima negli anni trenta ma oserei dire velocemente risorto dopo i bombardamenti del giugno 1945 . Mi sono stati d’aiuto il rilievo, la progettazione passo passo cercando di comprendere materiali, mezzi e l’opera di allora; oltre che attuando proficua sinergia di coprogettazione assieme allo Studio di Ingegneria Cervesi. Il resto arriva con la pura direzione lavori che è il controllo delle opere in progress, che deve, nel segno di quell’innamoramento, farci appassionare. Il passo successivo, il gradino da superare invece è proprio quello dell’inserimento del nuovo, del più funzionale e tecnologico in una struttura datata ma nella quale, in interventi importanti come questo, deve assolutamente farci vedere e scoprire la messa a nudo di una “elasticità” che comunque in ogni struttura si può ritrovare.
D: Sostenibilità e riuso sono termini molto inflazionati, rischiano di perdere di significato: quale potrebbe essere una sua definizione di sostenibilità?
T: Sostenibilità. La vedo come un bilancio fra il dare ed avere; è una risoluzione economica delle problematiche costruttive e di risultato finale. E’ proprio il contesto del corpo di fabbrica che alle volte sembra limitante ma poi lavorandoci non lo è quasi mai. Il valore aggiunto dunque, almeno a mio avviso, è anche legato al recupero che è storia,che è fatica, che è valorizzazione di pianificazione e progettazione passata. E allora sostenibilità dovrebbe essere il giusto compromesso del recupero.
D: Questa seconda edizione di Piazza dell’Architettura è differente dalla prima per forma e contenuti, pensando ad una prossima edizione di Piazza dell’Architettura, quali sono le novità che vorrebbe fossero introdotte e quali tematiche le piacerebbe fossero affrontate?
T: In effetti, il tema del RIUSO è talmente vasto ed attuale, soprattutto nel nostro territorio, che si potrebbe parlare del RIUSO 2 e forse anche RIUSO 3. Ma volendo cambiare e far emergere una pianificazione territoriale più legata all’ambiente, si potrebbe concentrare l’attenzione sullo studio dei punti di sutura o apertura dell’edificato: l’esempio va al dialogo interessante che noi abbiamo la fortuna di sviluppare per la particolarità geomorfologica -ambientale del nostro territorio fra città e linea di costa, valore aggiunto del fronte mare costiero. Qui, per finire, confesso il mio amore per il mare e la subacquea e sono sicuro che l’architettura può creare binomi con biologia, aree sensibili, presenze archeologiche, relitti, nautica, arte marinaresca, cantieristica specializzata, archeologia, turismo e tanto tanto altro ancora.

Architetto Graziella Bloccari

D: Il progetto di architettura per lei cosa deve riassumere?
R: L’architettura è la sublimazione delle necessità della vita.
D: In uno degli incontri della prima parte di Piazza dell’Architettura si è riflettuto sul ruolo dell’architetto oggi e sul futuro di questa professione. Qual è il suo punto di vista a riguardo?
R: La “Città Generica” sta allentando tutte le strutture che in passato hanno favorito una coagulazione. Sia questo il nostro ruolo futuro? Cercare coagulazione!L’architetto deve essere colui che “integra” , che crea la sintesi tra il mondo sociale , simbolico, tecnico e fisico. Colui in grado di fare di tutte queste discipline, una sola. Credo che sia questa la strada per ritrovare il valore della professione.
D: Sostenibilità e riuso sono termini molto inflazionati, rischiano di perdere di significato: la sua definizione di sostenibilità.
R: Abbiamo già purtroppo compromesso la possibilità alla futura generazione di soddisfare le proprie esigenze e questo è avvenuto per aver appagato in modo squilibrato, le nostre. Per cui la “sostenibilità” è correre rapidamente ai ripari e capire che, ciascuno di noi può ed è in grado di fare qualcosa, anche se piccola e apparentemente inutile, per collaborare  alla garanzia di un futuro migliore. Non siamo più spettatori ma vittime e attori del problema.
D: Questa edizione di Piazza dell’Architettura è differente dalla prima, cosa si sente di suggerire per la prossima edizione?
R: La stagione! Meglio farla in primavera o in estate!

Anna Dordolin e Silvia Grion

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#Save the Date – Studi Aperti – Spazio Bra11

Oggi, 30 gennaio, alle ore 18 apre le porte alla città lo Spazio Bra11 (via Donato Bramante 11, angolo via San giusto – http://bra11.net/), laboratorio creato dalla coppia Mauro Cosmini e Laura Bonifacio Cosmini, con lo scopo di unire le loro passioni per l’architettura e le forme d’arte in generale;questo spazio infatti permette loro di creare una galleria ed uno spazio multimediale per artisti. Ecco l’intervista che hanno rilasciato per Piazza dell’Architettura:

D: Come, quando e da chi è nata l’idea di costruire lo spazio Bra11? Che consiglio dareste  ad un giovane artista che vuole iniziare il suo percorso nel mondo professionale; aprire un laboratorio può essere un modo per cominciare?

C: Lo SPAZIO BRA11 è nato dalla ricerca di poter assemblare due laboratori assieme, lo studio di architettura di Mauro Cosmini e il laboratorio di disegno-pittura di Laura Bonifacio Cosmini. Ricerca fortunata visto il momento storico e uno spazio dismesso di una lavanderia. Considerato lo spazio si è subito pensato alla possibilità di ospitare anche mostre e altre manifestazioni artistiche. Non soltanto galleria ma spazio multimediale per dare  visibilità ai giovani e meno giovani artisti. In questi due anni si sono alternate mostre di pittura, fotografia, ceramica, sculture e varie collettive anche del laboratorio, presentazione di libri, eventi multimediali con musica e design.

Ad un giovane artista che vuole iniziare il suo percorso in modo professionale consiglieremo di interagire il più possibile con la realtà della sua città e al tempo stesso essere informato e partecipare alle realtà nazionali e internazionali, possibilmente di persona.

D: Quanto è difficile gestire un laboratorio come il vostro al giorno d’oggi? In base a quali criteri scegliete le mostre e gli artisti da esporre? Vi è un filo conduttore nelle scelte? Se si, quale?

C: Per quanto riguarda aprire un laboratorio non credo sia il modo di iniziare per un’artista, in quanto il laboratorio richiede molte ore di lavoro con gli allievi e ci può essere il rischio di trascurare un po’ se stessi,  fermo restando che l’insegnamento porta ad un continuo scambio e reciproco arricchimento professionale ed esistenziale.

Per le esposizioni ci basiamo esclusivamente sulla nostra sensibilità individuale e conoscenza artistica dal passato al contemporaneo. Il filo conduttore è la passione per l’arte.

D: Sostenibilità e riuso sono termini molto inflazionati, rischiano di perdere di significato: la sua definizione di sostenibilità.

C: Per sostenibilità e riuso una metafora:

“Dopo aver tagliato il sigaro toscano ed inumidito un po’ con la punta della lingua, lo accendo con fiammifero svedese ed è subito sensazione di rotondo piacere.

Solo allora getto la fascetta tricolore nel contenitore della carta e il cellophane nella plastica.

Sono piume di civiltà sostenibile”.

Cultura e qualità etica della vita.

D: Questa edizione di Piazza dell’architettura è differente dalla prima, cosa si sente di suggerire per la prossima edizione?

C: Per la prossima edizione di Piazza dell’architettura suggerisco come tema di fondo “Qualità dell’architettura per una qualità della vita”.

Anna Savron

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#Save the Date – Studi Aperti – Studio Panizon

Oggi, 29 gennaio, alle ore 18 apre le porte alla città lo Studio Panizon (via dei Leo 6/A – www.panizon.it), occasione imperdibile per entrare in un luogo affascinante, carico di segni e significato: oltre a contenere molti oggetti e sculture prodotte dall’architetto fu, in precedenza, lo studio di Ugo Carà.
Autore di pezzi di design molto belli, come il porta ombrelli “Umbrella”, l’Architetto Giovanni Andrea Panizon ci illustra il suo pensiero in merito ai temi affrontati da Piazza dell’Architettura in questa intervista:

D: Negli allestimenti per l’Immaginario scientifico di Trieste e per il museo scientifico di Saltara semplicità delle macchine e degli allestimenti sono un ottimo esempio di sostenibilità in un ambito (gli allestimenti) solitamente al di fuori da questo dibattito. Crede che anche nella progettazione di allestimenti si presta attenzione alla sostenibilità?
P: Ritengo giuste e sensate le tue osservazioni: pensare alla sostenibilità nel campo degli allestimenti è effettivamente un compito difficile in quanto, questi, spesso devono rispondere a criteri quali la velocità di realizzazione e i costi contenuti, ponendo in secondo piano la durata nel tempo e il futuro impiego delle strutture una volta dismesse. Sia per l’Immaginario Scientifico che per il museo di Saltara (ma anche per il museo delle coltellerie di Maniago) il mio modo di lavorare mi ha inconsapevolmente portato a approfondire la ricerca della qualità estetica basata sul rispetto del materiale espositivo in quanto tale e quindi a sviluppare le caratteristiche di durevolezza nel tempo degli allestimenti. Ho lavorato su questi principi progettando oggetti semplici che, a mio avviso, incarnano il concetto di “bello” attribuendo all’intero allestimento una riconoscibilità estetica durevole nel tempo. In buona sostanza: gli allestimenti, più sono semplici e più sono belli e ciò li preserva dal concetto fin troppo contemporaneo di immediata obsolescenza.
Questo discorso vale anche nel campo del design. Gli oggetti di qualità non finiranno mai nella spazzatura perché col passare del tempo acquistano valore e si apprezzano ancora di più. È in questo senso possono essere considerati sostenibili.

D: La sostenibilità porta all’essenziale, a ridurre, sottrarre, come avviene in scultura, crede che questo processo obbligato porterà maggiore qualità nella produzione architettonica contemporanea e futura?
P: Cosa accadrà domani? Non lo so!
Ritengo che la progettazione sia una attività del tutto soggettiva e che quindi non si possa definire quale sia il suo effettivo sviluppo e percorso prescindendo da una condizione reale. Posso dire che la mia passione per la scultura mi porta spesso a progettare in due fasi: una di addizione/riempimento e l’altra di sottrazione/semplificazione. In pratica ho bisogno di aggiungere materia e complessità prima di poter eliminare il superfluo e raggiungere il giusto equilibrio. Penso che questa operazione mi permetta di migliorare costantemente la qualità dei miei lavori.

D: Sostenibilità e riuso sono termini molto inflazionati, rischiano di perdere di significato: la sua definizione di sostenibilità.
P: Uno dei concetti di sostenibilità, a mio avviso condivisibili, è legato soprattutto all’idea che soddisfacendo le nostre necessita non compromettiamo la capacità delle generazioni che verranno dopo di noi di soddisfare le loro. Un altro, è legato al concetto di equità: tutti devono poter avere accesso alla stessa qualità di vita.
Nel campo dell’architettura mi diverte molto mettere in pratica questi principi collaborando con maestranze locali e utilizzando, per quanto possibile, materiali del luogo o interpretando oggetti già esistenti fornendo loro nuova vita (esempi…..).

D: Questa edizione di Piazza dell’architettura è differente dalla prima, cosa si sente di suggerire per la prossima edizione?
P: Penso che sia interessante indagare il tema del recupero o della “bonifica” del paesaggio italiano deturpato in maniera indiscriminata dalla presenza di ecomostri o edilizia minuta abusiva realizzata senza alcun tipo di programmazione o progettazione unitaria.
L’ingente numero di tali costruzioni e la frequente impossibilità di ristabilire l’equilibrio preesistente pone un serio interrogativo sul modo di intervenire.

Francesco Iuretig
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Il riuso come occasione di riscatto

Ieri pomeriggio dalle ore 17:30 al museo Revoltella si è tenuta la penultima conferenza della manifestazione incentrata sul profilo più civile della questione riuso,  ovvero il riutilizzo dei beni confiscati alla camorra.

Come ha ricordato inizialmente Giulia Mari, moderatrice del convegno e presidente dell’associazione triestina le RIME (Responsabilità Impegno Memoria Educazione), a Trieste questo argomento risulta essere ancora poco sentito, seppure  l’ importanza che ricoprono questi  patrimoni sia fondamentale, in quanto sono il principale strumento di controllo territoriale da parte delle mafie per attuare attività illecite. Il loro riutilizzo sociale permette di riconsegnare i beni alla società e può trasformarsi in un’occasione di riscatto, come si è visto nel seguito dell’incontro.
Marina Osenda, esponente dell’associazione Libera a Trieste, ha menzionato l’excursus legislativo da cui è nato l’interesse nei riguardi di questi beni. Nel 1995, dopo la stagione stragista di Cosa Nostra, la società civile ha iniziato a mobilitarsi ed è nata l’associazione Libera, agendo con una sensibilizzazione dal basso in cui attraverso una petizione popolare è riuscita a ottenere la legge 109 del ‘96, una legge che completa la legge del ‘92 “La Torre –  Rognoni”, che prevedeva solo la confisca dei beni mafiosi, attraverso un passo successivo ovvero il riutilizzo sociale di tali beni.  Questo fa sì che non solo vengano colpiti  i patrimoni mafiosi ma possa inserirsi nel territorio un circolo virtuoso di legalità. Tale legge permette di offrire lavoro in luoghi senza speranza e costituire associazioni che promuovono centri estivi per giovani e persone coinvolte in percorsi difficili, E!STATE LIBERI! (progetto coordinato da Libera) ad esemio è un risultato concreto. Come ha ricordato Stefano Scorzato (cooperativa La Quercia e collaboratore all’interno di E!STATE LIBERI!), il motto dell’associazione “Il potere dei segni contro i segni del potere”, è un esplicito inno al potere del cambiamento. Queste esperienze si ripetono più volte l’anno localizzate nei luoghi riscattati e sono un’ ottima occasione per sensibilizzare i partecipanti a capire cosa significa convivere con le mafie, anche attraverso l’incontro diretto con persone coinvolte direttamente nel sistema. L’intento è di diffondere l’esperienza anche in luoghi lontani fisicamente dagli epicentri mafiosi; per il momento i ritrovi sono stati ospitati in Piemonte, Puglia, Sicilia e Campania.
A seguire, l’intervento coinvolgente e sentito di  Giuseppe Pagano, fondatore de La Nuova Cucina Organizzata e presidente della cooperativa sociale Agropoli, il quale porta testimonianza della conversione di una struttura confiscata e trasformata in attività di ristorazione che dà la possibilità di lavorare a ragazzi che si trovano in condizioni disagiate. Come ha sottolineato e ribadito più volte durante l’intervento, questi processi vengono resi difficili dalle istituzioni che non incentivano economicamente gli sforzi fatti dalle Associazioni, oltre al fatto che la maggior parte delle strutture confiscate si trova in una situazione di inabitabilità e la messa a norma delle stesse prevede non poche difficoltà.
Per concludere l’incontro, l’architetto Marco Ragonese ha illustrato una serie di progetti tratti dal concorso di idee  “Dal degarado alla bellezza”, ponendo l’attenzione sulla difficoltà nel trovare la bellezza , intesa semplicemente come normalità, nei contesti degradati. L’architettura in queste realtà non ha un ruolo secondario, basti pensare all’architettura danneggiata degli anni 60’ e 70’(Le Vele a Napoli e lo Zen a Palermo)  che è stata catalizzatore di sfasci sociali. Tutti i progetti del concorso si sono espressi come luoghi possibili, come luoghi di cambiamento che possono esplicitarsi totalmente solo se arricchiscono il territorio e attivano i flussi, oltre all’imprescindibile necessità di essere appoggiati dalle istituzioni.
Questo appuntamento non poteva concludersi in modo migliore se non prendendo parte ad un aperitivo offerto dal movimento Libera Terra, nel quale c’è stata l’ occasione di assaggiare prodotti alimentari coltivati nell’ambito delle terre confiscate.

Elena Formica
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#Save the date – Il riuso dei beni sequestrati alla Camorra

Fotografia ed elaborazione di: ©davidemariapalusa ©micheleradoslovich

Domani, sabato 26 gennaio 2013, per gli Eventi Collaterali di Piazza dell’Architettura prenderà vita una tavola rotonda dal titolo ‘IL RIUSO DEI BENI SEQUESTRATI ALLA CAMORRA’ alle ore 17:30 all’auditorium del Museo Revoltella.

In seguito al concorso indetto dal Comune di Casal di Principe per il recupero e la trasformazione di una villa sequestrata alla camorra in centro di prima accoglienza per migranti, l’evento si compone di diversi episodi: l’esposizione dei progetti presentati al concorso, un incontro-dibattito alla presenza di Giulia Mari, presidente dell’Associazione RIME di Trieste (Responsabilità Impegno Memoria Educazione) sul tema ‘I confini del riuso: la riqualificazione e la gestione dei beni sequestrati alla mafia’ e da una lettura scenica di brani tratti da Mostri, di Rosario La Rossa. A seguire un aperitivo con i prodotti di LIBERA TERRA.

Auditorium Museo Revoltella – Sabato 26 gennaio 2013, ore 17.30
Lettura scenica a cura dell’associazione RIME
tavola rotonda
Giuseppe Pagano, fondatore de La Nuova Cucina Organizzata e presidente della cooperativa
sociale Agropoli
Il “riuso”: l’esperienza di NCO, della cooperativa Agropoli e la gestione di tutti i beni confiscati e
amministrati da Agrorinasce
Massimo Rocco, presidente della cooperativa Terre di Don Peppe Diana
Il “riuso”: la cooperativa Terre di Don Peppe Diana
Stefano Scorzato, cooperativa La Quercia
E!STATE LIBERI! L’esperienza di migliaia di ragazzi nei campi estivi di LiberaTerra
Marco Ragonese, architetto
I progetti vincitori del concorso “Dal degrado alla bellezza” – Concorso di idee per il recupero e la
rivitalizzazione urbana di immobili confiscati alla camorra
Marina Osenda, associazione Libera a Trieste
moderatrice Giulia Mari, presidente dell’associazione RIME

Bookshop Museo Revoltella – Sabato 26 gennaio 2013, ore 19.30
Aperitivo con i prodotti di LIBERA TERRA

Francesco Iuretig
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#Save the Date – Studi Aperti – Metroarea Associati e ST.AR.Associati

Oggi, venerdì 25 gennaio, alle 18.00 doppio appuntamento presso gli atelier aperti:

lo studio METROAREA ASSOCIATI vi aspetta in via Cadorna 21a, trieste alle 18.00 organizzando un evento multimediale video e djset per presentare la propria produzione progettuale più recente, mentre lo studio STARASSOCIATI vi dà appuntamento in via Della Valle 2, trieste sempre alle 18.00 presentando, attraverso i propri progetti, la concezione del mestiere come “servizio per la buona architettura”.

Nel frattempo godetevi le interviste:

Martin Hlavacek per STARASSOCIATI

Elisa: Tra i molteplici  progetti che avete sviluppato e realizzato, in particolare nel contesto triestino, vi sono molte opere di recupero o ristrutturazione, ricordo i casi del Teatro Miela, del Museo Revoltella e del Castelletto. Quanto sono stati importanti questi interventi all’interno dell’attività del vostro studio?
Martin: Non per caso si tratta di complessi edilizi storici che sono stati trasformati ed adattati alle nuove esigenze della popolazione sopravvenute per modi diversi di vedere e vivere gli spazi costruiti. Tutti e tre i edifici citati non avevano un futuro nella configurazione nella quale si trovavano quando ci venne dato l’incarico e un restauro filologico sarebbe stato come imbalsamarli. Un cambiamento non radicale ma misurato dev’esserci per far rivivere un edificio storico di un certo peso. L’importanza di queste esperienze si riflette nel modo come affrontiamo l’inserimento di un intervento in un contesto preesistente, e quale contesto non lo è, nel rispetto del luogo, delle sue caratteristiche, qualità e storia. Si potrebbe dire che per noi non esiste luogo utopico dove si può costruire come sulla Luna, ma che sempre c’è una storia, una finzione che va raccontata, riscritta, proiettata nel futuro. La nostra architettura diventa “letteraria”, epica, perché ha come centro la vita delle persone.

E: Ho trovato interessante che il progetto che avete ripresentato in occasione di Piazza dell’Architettura – la struttura per COOP Operaie in via d’Alviano (TS) – sia nato come progetto di una struttura temporanea, ma è rimasto dopo più di dieci anni. Prevedete uno sviluppo per questo intervento?
M: Ovviamente sì; ed anche per la tipologia dell’intervento, nel quale pubblico e privato si sono dati una mano per risolvere dei problemi comuni e cercare assieme soluzioni migliori per le esigenze della popolazione. Abbiamo ri-proposto la quinta architettonica a paravento di un parcheggio– o meglio proposto il suo completamento -proprio per questa ragione: è un esempio piccolo, poco costoso e di grande effetto; l’economia dei mezzi potrebbe fare scuola.

E: Sostenibilità e riuso sono termini molto inflazionati, rischiano di perdere di significato: la sua definizione di sostenibilità.
M: Un edificio non dovrebbe essere misurato secondo la velocità con la quale si ammortizzano i soldi spesi per costruirlo, ma secondo la durata del periodo nel quale rende. Un esempio: Ci saranno voluti alcuni decenni per rientrare con la spesa per la costruzione del Pantheon a Roma, ma ancora oggi rende e guarda caso: non ha isolamento termico, ha una finestra senza serramento e si sta da Dio lo stesso.

E: Questa edizione di Piazza dell’architettura è differente dalla prima, cosa si sente di suggerire per la prossima edizione?
M: Al di là della polemica: è difficile promuovere l’architettura in un periodo di grossissime difficoltà di spesa, sia pubblica, sia privata. Forse è il momento di interrogarci da professionisti quale ruolo vogliamo e quale ruolo possa avere l’architettura in una società più povera. E’ difficile inquadrare l’architettura in una società nella quale è sempre stata trattata come sottospecie della storia d’arte, omettendo l’architettura del XX secolo dai canoni scolastici. Il cittadino ha un’opinione su Picasso ma non sa chi è Le Corbusier. Ultimamente si è tentato di colmare questo distacco tramite la progettazione partecipata e ovviamente ci vuole del tempo per poter valutare i risultati.
www.starassociati.com

Tazio di Pretoro e Giulio Paladini per Metroarea

Gianluca: Leggendo i vostri curricula si notano dei percorsi formativi estremamente eterogenei, non solo a livello accademico ma anche in quello professionale. Come si coniugano gli input di un Foster con l’esperienza in uno studio come quello di OMA?
Tazio: Per essere un buon progettista non bisogna mai smettere di imparare e gurdarsi intorno, quindi esperienze con maestri della progettazione o collaborazioni con le università sono occasioni rare e imperdibili. Nel nostro caso specifico sono servite a formare competenze diverse che sono fondamentali in uno studio associato.

G:C’è stata una stagione florida in questa città in cui l’architettura moderna è riuscita a manifestarsi in modo talvolta esemplare (e sicuramente andrebbero rivalutati molti dei primi lavori di Celli-Tognon o di Boico), stiamo però parlando di interventi di quaranta-cinquanta anni fa. Negli ultimi anni abbiamo visto qualche riqualificazione urbana malriuscita o imbarazzanti edifici ancora post-modern, denunciando una certa difficoltà di affermazione dell’architettura contemporanea a Trieste. Il problema è di tipo culturale? Questa città potrebbe accettare progetti come Urban Hills o il Campus di Isola?
T: Credo onestamente che il motivo sia sostanzialmente economico piuttosto che culturale. In ogni caso l’immagine urbana è lo specchio della società che la realizza e viceversa: Trieste non appare come una città in crescita o proiettata verso il futuro, perché non lo è.

G: Sostenibilità e riuso sono termini molto inflazionati, rischiano di perdere di significato: proponete una vostra definizione di sostenibilità.
T: La sostenibilità in ambito progettuale è una tautologia. Più un progetto è sostenibile dal punto di vista sociale, ambientale o economico, più il progetto è riuscito. Un ‘progetto insostenibile’ è sostanzialmente irrealizzabile.

G: Questa edizione di Piazza dell’architettura è differente dalla prima, cosa vi sentite di suggerire per la prossima edizione?
T: Eliminerei completamente esposizioni, conferenze, simposi. Non ha senso scimmiottare la Biennale e le archi-star. Si chiama Piazza dell’architettura, forse dovremmo provare a riavvicinare gli architetti ai cittadini, magari facendo qualcosa di utile e che resti, non mettendoli dietro una cattedra.
Faccio un esempio: scegliere la proposta migliore e non convenzionale tra gli iscritti per un piccolo padiglione, una ristrutturazione o una piccola sistemazione in periferia. Si potrebbe trovare il modo di realizzarla, autofinanziandola in collaborazione con le autorità cittadine o costruendola noi direttamente. Ci divertiremmo un sacco!
www.metroarea.it

Elisa Zammattio e Gianluca Croce
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#Save the Date – Studi Aperti – Studio Corti

Oggi, 22 gennaio,  secondo appuntamento con gli studi di architettura che hanno aderito a Studi Aperti. Alle ore 18:00 aprirà le porte alla città lo studio Corti in via Corti 3b, con un incontro sull’ “Importanza dell’approccio progettuale umanistico ripensato e rivisto alla luce del concetto di sostenibilità” a cura dell’architetto Barbara Fornasir.
Qui di seguito, trovate la sua intervista:

D: Quanto e come ha influito sull’esercizio della sua professione e sulla sua visione del mondo dell’architettura l’essere stata allieva di Carlo Scarpa?
F: Moltissimo, mi ha insegnato che l’architettura è vita, che deve essere curato ogni singolo dettaglio progettuale perché ad opera finita, anche se non si percepisce il perché, il progetto risulterà migliore e più armonioso. Sosteneva che, prima di progettare una casa, bisognasse conoscere bene il committente ed instaurare con lui un rapporto anche ” ludico- conviviale” non solo collegato all’incarico ottenuto.
Altro importante insegnamento è quello di non avere fretta, il buon progetto ha bisogno del suo tempo, deve maturare: alle volte però, soprattutto oggi, risulta difficile farlo capire al committente…

D: La rigenerazione urbana e la sostenibilità, oltre alla diretta implicazione architettonica, si aprono ad altre e diverse considerazioni come quelle sociali e quelle economiche. Quanto hanno in comune (obiettivi, proposte, argomentazioni, …) il programma RI.U.SO, promosso dal CNAPPC, e la Fondazione Italiana di Bioarchitettura ed antropizzazione sostenibile dell’ambiente, di cui lei è responsabile regionale?
F: Certamente l’idea di base per entrambi è data dalla consapevolezza che le risorse non sono infinite e quindi dobbiamo recuperare e riutilizzare, in poche parole NON SPRECARE e NON INVADERE ULTERIORE TERRITORIO consentendo, per altro, che il tessuto urbano storico continui a degradarsi. Questo a mio avviso accade a causa delle attuali normative che, il più delle volte, non consentono quelli adeguamenti tecnologici indispensabili al modo di vivere contemporaneo; confido che con il programma RI.U.SO il CNAPPC riesca ad influire sui regolamenti.
Fin qui, quindi, tutto coincide: la differenza sta nel come si recupera, nelle metodologie e nell’approccio progettuale che la Fondazione intende sempre interdisciplinare, considerando in prima battuta l’uomo, il fruitore, chi abiterà o utilizzerà quelli spazi e poi lo spazio, l’edificio, la stanza… Le spiego meglio: con noi ci sono medici, psicologi, economisti, chimici, fisici, geologi, impiantisti, climatologi ed ogni progetto è frutto di preventive analisi e concertazioni tra tutti questi specialisti. Guardiamo non solo al risparmio di energia, alla salubrità del luogo e dei materiali utilizzati ma ci preoccupiamo anche dei costi di gestione e manutenzione dell’edificio, del futuro eventuale smaltimento dei materiali utilizzati, dell’atmosfera e dell’emozione che il nostro lavoro deve garantire per essere amato e curato dai proprietari. E’ un’esperienza impegnativa ma molto interessante che mi da piena soddisfazione.

D: Sostenibilità e riuso sono termini molto inflazionati, rischiano di perdere di significato: la sua definizione di sostenibilità.
F: Direi ARMONIA tra natura ed edificio e tra edificio e uomo.

D: Questa edizione di Piazza dell’Architettura è differente dalla prima, cosa si sente di suggerire per la prossima edizione?
F: Vorrei stimolare un maggiore coinvolgimento dei cittadini cercando di copiare quel che accade con il Salone del Mobile a Milano: credo che potrebbe essere intelligente ed economicamente sostenibile coinvolgere artigiani e negozi di materiali edili, di arredamento, di elettrodomestici e creare per 3 giorni un grande evento che coinvolga tutta la città, come filo conduttore L’ARCHITETTO CHE PER REALIZZARE IL SUO PROGETTO HA BISOGNO DI TUTTE QUESTE COMPONENTI. Sarebbe, secondo me, un’ottima occasione ed opportunità per far conoscere i piccoli artigiani (quelli che ancora sopravvivono) ed aiutarli nel rilancio di queste professioni a torto giudicate secondarie, mentre invece sono estremamente necessarie soprattutto parlando di riuso.
Se il Consiglio dell’Ordine lo riterrà interessante, mi metto a disposizione per verificare la fattibilità qui a Trieste di questa mia idea.

Elisa Cacaci

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